Specie: Calandro (Anthus campestris)
Ordine: passeriformi
famiglia:  motacillidi
Dimensioni: Lung. 16 cm, ala 9 cm, peso 20/25 gr.
 
Piccolo uccello che frequenta terreni aperti, zone sabbiose, cespugliose ed incolte .
Vive in piccoli branchi, ma in autunno ritorna solitario. Si ciba di piccoli insetti e cavallette.
Nidifica in piccole depressioni sul terreno. Le femmine depongono di norma 4/6 uova, da aprile a giugno. Secondo la tradizione popolare il calandro è considerato balordo ed è usato anche come apposizione per le persone.
 
Le due, le tre forse le quattro; è una di quelle notti che non vuole finire ed il sonno sembra non arrivare mai. Pesante la coperta, il cuscino si è trasformato in una spugna. Ogni tanto la mia donna mi batte sulla mano, accompagnando al gesto un leggero schioccar della lingua sul palato, come si fa ad un bambino che si sveglia da un incubo. Già, da bambino non avevo mai sonno e poi magari mi addormentavo senza accorgermene e dormivo come un ghiro.
Provo a pensare a qualcosa di piacevole, troppo facile, queste sono cose che succedono solo nei film, l’insonnia è altra cosa. È una smania sottile che ti parte da dentro e ti corrode come farebbe una goccia sulla pietra. Perché non ci avevo pensato, la goccia! Tac, tac una cento mille… Macché, il tempo passa, al ritmo della sveglia, che domani inesorabilmente mi chiamerà al rapporto, che le importa se non ho dormito?
Mi ricordo, quando l’insonnia aveva un’altra matrice, meno adulta e più ingenua. Erano i tempi in cui a tenermi sveglio era l’ansia del giorno dopo, di caccia s’intende. Dubbi e domande che mi maceravano l’anima, montavano dentro al ritmo dei frulli che l’immaginario costruiva nella mia mente. Cose pensate, intuite e sconosciute. Leggi magiche, imponderabili che gestivano folate di passo di cui non si aveva ricordo umano. Allora, a fine Gennaio, potevo sperare di incappare in un passo di allodole, mentre la palude, solo per me, ad onta di quanto mi assicuravano i compagni più esperti, si sarebbe riempita di becchi lunghi. Così, quasi per magia e per ingenua inesperienza.
Il sabato sera, lasciavo Roma in compagnia di Angelo per raggiungere quel posticino, proprio sotto al castello di Federico II° di Svevia, che a Novembre ci aveva regalato tanti tordi. Che importa se eravamo a Gennaio o magari a Febbraio, noi si era lì, convinti, che i tordi sarebbero passati.
Oppure eccomi a bordo di una fiammante spider, vagare in un caldo giorno d’apertura, tra l’Abruzzo ed il Lazio. Non avevo trovato, o forse non si era fatto trovare, l’amico di Avezzano che mi doveva accompagnare a caccia di starne!!! Decisi che l’inconveniente non mi avrebbe rovinato la giornata e puntai il muso della macchinetta verso il Viterbese, per andare a scoprire una riserva, in cui avevo comprato una mezza quota, per il mio giovane bracco italiano, che nel frattempo non faceva altro che sbavare e vomitare in quella specie di loculo rappresentato dai due striminziti posti della Triumph. Roba da bar, non da cacciatori, e non ci volle molto a convincermi su quella strada dissestata che da Civitella Cesi, carraccio carraccio, arrivava alla Vaccareccia. Fui preso dal panico, andare o tornare sui miei passi? Cosa c’era dietro l’ennesima curva? Ma certo, mi ripetevo la mia riserva, ed andavo fin quando il mezzo più adatto a piazza del Popolo che ad una carrareccia della Tolfa, mi impose la resa.
Accostai l’auto, accanto ad una vecchia cinquecento giardinetta, sulla quale c’era seduto un tipo strano, che doveva essere un cacciatore vero, senza fronzoli e griffe particolari, basso con uno di quei maglioncini a tre bottoni, eravamo a settembre, che non si trovano più nemmeno sulle bancarelle. Era lì che aspettava i suoi segugi, e nel vedermi rimase interdetto, non saprei dire se per il cane, che assomigliava più ad un vitello, per la macchina o per il soggetto che la guidava.
Quattro parole per capire con chi aveva a che fare, ed un gesto per scroccarmi una sigaretta, poi un’altra ed infine, quando non aveva più bisogno di me perché nel frattempo i suoi cani erano rientrati, girò i tacchi e si dileguò, con la sua traballante macchinetta lasciando me, la spider ed il bracco nella polvere.
Ma sarebbero stati di lì a poco altri vecchi cacciatori a svezzarmi: i facchini delle cooperative dei Mercati Generali di Roma, che quando non prendevano l’appalto per scaricare un’enorme TIR proveniente da qualche sperduto campo del Sud Italia, si raccoglievano intorno a quella macchietta di Pratica di Mare - la “colonetta” era tutta esaurita fin dalla sera precedente - a cuocere le patate sotto la brace per aspettare l’alba e con lei il primo zirlo.
Mi sopportavano, come del resto tolleravano Rama, la mia bracca, che per un pezzo di quella patata si sarebbe fatta ammazzare, e che mal volentieri abbandonava il tepore del fuoco e la speranza del cibo, per accompagnarmi verso quell’angoletto allagato tra un fosso e l’altro, che di tanto in tanto mi regalava un beccaccino o un porciglione, e che io battevo a prescindere dal periodo, beata inesperienza, sempre con lo stesso entusiasmo.
E proprio ai margini di quel piccolo insieme scomposto di lecci e macchia mediterranea, che un giorno vidi entrare i merli di passo in branco, io che già da agosto li perseguitavo lungo il Tevere e che credevo che quanto mi raccontavano i “cacciatori delle patate” fossero storie di vecchi.
Una lama di luce si fa spazio tra le fessure della serranda e va a colpire, neanche a farlo apposta, i miei occhi, un merlo chioccola disarticolato, mentre un camion della Nettezza Urbana arranca ansimando nella via sottostante, come la mia vecchia Rama, cui non ho voluto dare il disonore di essere portata in braccio a casa, quando negli ultimi giorni il suo povero ingenuo cuore batteva meno intensamente della sua paura. Mi fermavo con lei dopo pochi gradini e mi sedevo accanto, accarezzandole il testone e parlandole di noi, della nostra storia, della nostra caccia, fino a quando, l’affanno è stato più forte del cuore che gli è rimasto sull’ultimo respiro.
La mano della mia donna mi sfiora la schiena, adesso è il suo respiro che si allarga sulla mia guancia, un gesto d’amore ha sconfitto la notte, mentre un cucciolo che si lamenta in una cuccia troppo grande per lui, sconfiggerà la mia solitudine.
Steso sulla cassetta dello sciarraban, Rocco aspettava che facesse giorno. Nessuno si fidava più del vecchio cacciatore, che al fucile ormai, preferiva la bottiglia di vino. Ma questa volta, dopo tanto tempo, il barbiere romano gli aveva procurato un cliente, e lui avrebbe fatto di tutto per soddisfarlo. L’oste, come ogni sera, l’aveva cacciato fuori, ultimo tra gli ultimi, stanco com’era della giornata di lavoro; cercava il meritato riposo dal materasso di crine in cui, si raccontava in paese, sprofondava tra i corpi della moglie e dell’ amante, una povera orfana scesa da un paese della Ciociaria per fare i servizi.
La fiamma di una candela agitava le ombre della stanza, mentre Leone scaldava sul fuoco del camino il caffè, come aveva imparato a fare in guerra, unica scusa della sua vita per lasciare il padule. Le anatre, nel pollaio, richiamavano, ad intervalli regolari, i misteriosi voli delle loro simili, nascoste tra le stelle, che in formazione, indicavano la libera rotta verso il Sud. Appena i cani videro aprirsi l’uscio, gli si fecero incontro scodinzolando, c’era pure il vecchio Dick, reduce da qualche scorribanda notturna o dall’ennesima lite con gli altri pretendenti di una cagnetta in calore. Intanto, accompagnato dal fruscio dei falaschi, il cielo, con un tono rosato, si stava schiarendo, srotolando una nuova alba dai monti Aurunci.
Mino, fermo sull’ Appia, malediceva il destino. La 600 l’aveva abbandonato, affidandolo alla tremula luce delle stelle ed alla compagnia delle rane. Sua moglie glielo aveva detto di non azzardare il viaggio da solo. Ma il desiderio di passare una giornata in compagnia di un vero “mestierante”, aveva prevalso. “Meglio la palude che le vostre pallide facce” aveva sentenziato, rivolgendosi agli attoniti colleghi dell’ufficio postale. Ed ora? Ora tutto si stava liquefacendo con le gocce della guazza che scivolavano dal tetto dell’utilitaria.
Il cavallo fece uno scatto in avanti, strappando Rocco al torpore dell’alcol; il campanile batteva le cinque e il suo cliente non era ancora arrivato. “Forse non si sarà svegliato” pensava, “con la pancia piena ed una bella moglie accanto a sé che motivo avrebbe avuto, in questa notte di luna, di venirsi a perdere nel fetore della palude?”.
Leone, con gesto naturale guardò in alto. Sopra di lui, il cielo; fido compagno, che porta il pane con gli stormi di uccelli od il terrore, quando ruggisce e si copre di nuvole cariche di pioggia. L’infinito confessore dei mille pensieri di un uomo silenzioso, che vede passare la vita attraverso i racconti dei clienti, gli stessi che dopo averlo inondato di parole con la forza di una tempesta di scirocco, lo lasciano alla misera monotonia dei giorni uguali. Pochi e selezionati, buoni fucili di cui si fida ciecamente, diversi da quel pestamentuccia che cinque anni prima lo aveva impallinato mentre era intento a recuperare gli uccelli feriti tra i chiari. “Fa parte del mestiere” aveva risposto a chi gli consigliava di chiedere i danni. Fedele al ruolo di chi ha fatto dell’onore e della rassegnazione uno stile di vita, aveva preferito, mentre lo portavano in ospedale, lasciarlo nel suo ebete avvilimento, dopo avergli lanciato uno sguardo di disprezzo, più tagliente della lama di un coltello. Conte, ragioniere o dottore per lui erano solo clienti, buoni per campare; giusti per quello che gli occorreva e basta. Tutti lo cercavano, in molti lo invidiavano ma lui, senza dare confidenza a nessuno, dopo aver raccolto le prede con un rapido giro di sandalo, prendeva i soldi che gli spettavano, solo quelli! Poi, dopo aver dato da mangiare ai cani e alle anatre, rientrava in casa chiudendo l’uscio dietro al mondo con il quale, non voleva e non poteva dividere il dolore che portava dentro, per l’unica gioia che la vita gli aveva concesso, e che la malattia, in seguito gli avrebbe negato...sua moglie.
Ormai era chiaro che il “Romano” non sarebbe venuto. Il sole era già alto quando Rocco, schioccando la lingua, ordinò al cavallo di tornare a casa.
La moglie, nera come un tizzone, lo aspettava sull’uscio pronta a vomitargli addosso tutta la sua ira. “Povero vecchio!”, dicevano in paese, “Con quell’arpia vicino, per forza se ne sta tutto il giorno all’osteria!” E mentre la consorte gli batteva sulla schiena la scopa di saggina, ed i suoi occhi azzurri si stringevano ritmicamente, una piccola fessura si apriva tra le labbra screpolate. Quell’accenno di sorriso fece arrabbiare ancora di più la donna che alla fine si arrese a ciò che lei considerava la follia di un vecchio. Rocco ne approfittò per guadagnare il letto, poi con lo sguardo perso tra le canne del soffitto, che lasciavano intravedere tagli di cielo, non poté fare a meno di pensare che in quei due soldi di vita che il Creatore gli aveva concesso, prima la madre poi la moglie, aveva sempre trovato qualcuno ad aspettarlo, anche se poi lo prendeva a mazzate. Così ormai lui intendeva l’amore e così in fondo, gli andava bene.
Il rombo del motore aveva lasciato il posto al cigolare ritmico delle ruote di un carretto che lo stava trascinando verso un’officina. “Dotto’, stia tranquillo, Onorato è cacciatore come lei, sa riparare i trattori, figuriamoci le automobili.” E poi non aveva altra scelta.
Il meccanico, dopo aver letto la delusione negli occhi di Mino, lo invitò ad ingannare l’attesa prendendo in prestito il suo cane per andare a caccia di beccaccini nei granturchi allagati che circondavano la strada: “Famo tutto un conto!” Mino non se lo fece ripetere due volte, calzò gli stivali nuovi di zecca, scese l’argine del canale, e seguendo il bracco pointer che già divorava la pianura, si perse nel mare di canne.
Dallo spiraglio della porta che Norma ha lasciato socchiusa per non disturbarmi, intravedo i miei ospiti con altri amici giocare a carte, tra fumo, maledizioni e vino mentre nel camino tira un fuoco che arde con avidità.
Rannicchiato sul lettino che Rocco usa come avamposto per accorrere alle stufe delle serre, quando il termometro va sotto zero, resto combattuto tra uno spicchio di cielo stellato che traspare dalla finestra e la gaiezza conviviale della compagnia seduta intorno al tavolo.
La mia bracca dorme saporitamente distesa davanti al fuoco dove impertinenti gatti di casa, strinandosi il pelo, le contendono il calore.
Decido di concedermi ancora un po’ di riposo e di riflessione, ne ho bisogno, con tutto quello che mi è accaduto in questi mesi. Mia moglie mi ha lasciato, perché ha sentito che non ce la faceva più a sopportare una nuova stagione fatta di lontananze, non solo fisiche, e discretamente, come sua abitudine, se n’è andata lasciandomi con il mio rimorso.
Per non permettere alla tristezza di sopraffarmi ripercorro la giornata appena trascorsa; i ricordi e le emozioni si accavallano fino ad ordinarsi con esatta cronologia.
Vigilia di Natale: Rama, come al solito, si è comportata bene, incrociando tra giunchi e falaschi incurante delle gelide acque dell’acquitrino. Un beccaccino pasturone senza troppi complimenti, dopo averci fatto passare, era schizzato via confondendosi tra torba e cielo. La cagna lo aveva inseguito con rabbia, quasi consapevole di essere stata beffata.
L’attraversamento del canale dell’idrovora è un’impresa rischiosa, meglio aggirarlo dal ponte di legno. Ponte, si fa per dire, una pertica appoggiata tra le rive ed un’altra più in alto a mo’ di passamano, alla vecchia maniera. Transitare sopra queste passerelle improvvisate è sempre un terno a lotto, qualche volta si cade, inciampando sul cane o scivolando sul precario appoggio. L’importante è scaricare sempre il fucile per non rendere ancora più drammatico l’eventuale bagno.
Non vedo la bracca, ma la intuisco in mezzo alle canne grazie ai pennacchi che si piegano al suo passaggio come per riverirla.
Un uccello nero si leva poco più avanti; è una gallinella, una pollastra come la chiamano da queste parti. La fermo di prima canna, quale miglior regalo stasera per i miei ospiti. Buffa questa gente, tratta i fagiani come galline, ma esalta culinariamente i ralli, contenti loro!!
Una distesa di cannuggiole tagliate basta a far cambiare marcia alla bracca che adesso, seguendo una flebile bava di vento, mi porta dritto dritto sul bandolo di un‘emanazione sicura. Mi accosto quasi in punta di piedi, pardon di stivali, alla cagna che fremente, in plastica ferma, mi indica la direzione. Lo schioccare di due baci elettrizzanti, viene interrotto da una precisa coppiola. Nella palude ritorna il silenzio.
Una bufala ci segue con lo sguardo senza abbandonarci un attimo mentre, goffamente, attraversiamo il giuncheto terribilmente urticante. La bracca sembra non accorgersi delle punte che le stanno trafiggendo la pelle e, sicura come un treno, arriva sul chiaro giusto in tempo per dichiarare “tana” ad una coppia di alzavole che indispettite dalla presenza estranea colonnano verso il cielo. Inutile azzardare tiri lunghi, con il risultato di ferire gli animali che andrebbero a morire lontano. Meglio ammirarli mentre riprendono il vento e si affilano al lago alla ricerca di luoghi meno disturbati, per nulla infastidite dalle schioppettate inopportune del solito matto che spara comunque, e a qualsiasi altezza.
Bufale permettendo ci distendiamo sotto il tamerice posto a guardia della piscina della vecchia idrovora. La colazione viene divisa da buoni amici, Rama si struscia pesantemente sull’erba mentre io come consuetudine sistemo il carniere, ammirandone la policromia. Liscio le penne per ordinarle, rifuggendo da quel triste costume di molti cacciatori che sfigurano i selvatici ammassandoli disordinatamente dove capita, buste di plastica e simili, con il risultato di svilirne l’armonia, che se pur spenta nell’ immobilismo della morte va sempre rispettata.
Un cane, seguito dal cacciatore, avanza dalla parte opposta del padule, battendo con attenzione le luccicanti guinze tra i “becchi di flauto”. Gli mostro il panino in segno di offerta, ma dopo avermi sorriso continua ad ispezionare il canneto tagliato. Il suo cane è ora in ferma e lui con calma lo affianca. Parte un beccaccino, anch’esso materializzatosi dal nulla, che viene centrato in pieno da una precisa stoccata. Come d’incanto, così come era comparso, invece di cadere a terra l’uccello si dissolve in aria. Resto con il boccone tra i denti attonito,mentre lo strano cacciatore si avvicina e si siede accanto a me. Ho voglia di scappare ma resisto. Siamo soli, e mentre i cani si scambiano i soliti convenevoli, fatti di annusate e sospettosi girotondi, decido di rompere la tensione:
“Buongiorno, posso offrirle un pezzo della mia colazione?”
Nessuna risposta arriva dal misterioso personaggio che dopo un ennesimo largo sorriso scompare insieme al cane lasciando sul terreno un libro aperto.
Mi alzo di scatto spaventassimo, stavolta scappo, poi cedo alla curiosità, prendo il libro tra le mani, e leggo; sono riflessioni che suonano come un testamento spirituale: “Nelle mie ventotto licenze quanti Natali, ho passato in casa a godere le gioie della famiglia, giocando alla tombola o passeggiando colla moglie sino all’ora che anche i caffè in città chiudono i battenti e tutti si mettono a tavola a mangiare il tacchino? Forse due o tre e bisogna pure che facesse un tempo da lupi per impastoiarmi tutto il giorno tra le mura domestiche, con perdizione dell’anima per via delle bestemmie contro gli elementi e chi per essi, e a scapito della pace familiare. Non mai come la vigilia e il giorno di Natale la natura cade in grembo alla mistica pace: il villano, uso anche nei giorni di festa a visitare il campicello, per dare l’ultima mano alla bisogna lasciata incompiuta il giorno avanti, (...) il giorno di Natale non si strania. E ogni rumore è spento: non colpi di fucile, non rotolio di carri, o richiamo di gente o latrare di botoli: solo, sull’ali del vento, vengono rintocchi gravi delle maggiori campane. (...) Caro Floch! Vedi soli e liberi come sempre, tutto il mondo è nostro. Ecco sotto di noi l’umanità con le sue miserie. (...) Rientro in città che tutte le luci sono accese e gli uomini dabbene passeggiano con la famiglia, pigri, insonnoliti e col fiato grosso, più goffi ed ebeti del consueto per soverchio lavorio del ventre. Mi guardano e mi compatiscono, come uno spregiudicato che viva fuori dalla legge; e non sanno, gli infelici, che anche oggi, e più degli altri giorni, perché la solitudine e la pace erano più grandi, io sono stato a colloquio con Dio, anche se l’ho bestemmiato.”
Chiudo il libro delicatamente, sulla copertina ingiallita dal tempo, un disegno infantile ritrae un carniere aperto su una vecchia doppietta e in calce il titolo: Cacciatori si nasce di Eugenio Barisoni 1932.
Una mano lieve mi sfiora il viso, è Norma che è venuta a svegliarmi per invitarmi a tavola. Questa notte di vigilia ho voluto passarla con loro, amico tra gli amici, e con la mia bracca, che a dieci anni mi regala ancora emozioni. La guardo fisso nei suoi occhioni dolci a domandarle: “Abbiamo forse sognato?”
L’allegria di questo piccolo spicchio di umanità perso nella palude riesce a scaldarmi il cuore. Gli spaghetti con il tonno, i cefali alla brace e l’immancabile capitone annaffiato dal corposo vino di Campania, poi di corsa a letto domani è un altro giorno, forse andrò a beccacce nella macchia sempreverde o ripercorrerò gli angoli di palude che oggi ho trascurato.
...La mattinata è trascorsa in fretta, se non mi sbrigo non faccio in tempo ad arrivare per pranzo. I pini marittimi che costeggiano l’Appia sfilano velocemente ai lati della automobile perdendosi in lontananza nel riflesso dello specchietto retrovisore. Apro la porta di casa e vengo investito dal mio piccolo di sette anni, Edoardo, che pretende il regalo, lo cerco affannosamente nella borsa e glielo consegno. Passandosi una mano sulla fronte, Loredana mi viene incontro: “Capoccione, non ti sei voluto perdere il rituale della cacciata natalizia, tutto bene?”.
La mia giovane bracca italiana, Tosca, si lancia sulla zuppa speciale che la padrona le ha preparato, ed io mi siedo a tavola cercando non senza difficoltà, di staccare dalle cartucce e dal carniere mio figlio perché faccia altrettanto. Mentre assaporo il tiepido conforto dei cappelletti in brodo, ritorno con il pensiero a quella vigilia di otto anni fa, ma poi sorrido e penso che per la caccia, come per la vita è sempre domani.
Un refolo di vento ha invitato a danzare una manciata di foglie secche.
Lo vedo alzarsi a colonna e spazzolare tra la polvere, così come le dita di mia madre frugavano tra i miei capelli, quando sporco di campagna, rientravo da una scorribanda sulle colline di periferia dove cercavo libertà ed avventura.
Mi provoca l’infame! Se potessi alzarmi e dargli un calcio…
Mi stuzzica, lui che può e si alza e danza.
Dannata gamba che non vuole più fare il suo dovere.
Ben ti sta, così impari, ad inseguir da solo, avventura e libertà sulle colline. Anche adesso, che le colline son cresciute come i tuoi anni per farsi montagne.
Come faceva quella canzone?
Mi teneva compagnia quando di notte mi svegliavo nel buio della stanza e chiudevo gli occhi per farmi coraggio, finché la luce filtrava dalle fessure della porta ed il lettone cigolava. Era Papà che roteando i piedi alla ricerca delle pantofole, proprio come il refolo con le foglie, mi veniva a salvare.
La caviglia si sta gonfiando, mentre sento un freddo pungente salire verso la coscia.
Dio, se la beccaccia non fosse sprofondata nel canalone, a quest’ora sarei già a casa a rimescolar ricordi ed emozioni.
È buio.
Provo a chiudere gli occhi, come facevo da bambino, ma il naso umido del cane che spinge sulla mia mano, quasi a sincerarsi che la vita mi resti fedele quanto lui, mi costringe alla realtà.
Un rumore, un rotolar di sassi, forse la volpe od il cinghiale o la vecchia amata bracca, compagna di tante storie, di tanti anni fa.
“Ciao Rama”, la vedo seduta tra un leccio ed un pungitopo che mi invita ad andare.
No è più semplicemente la mia speranza di salvezza, che si materializza ad ogni movimento, in ogni presenza.
Accarezzo la testa del cane e scopro la regina, fredda e abbandonata accanto a noi.
Se non fosse sprofondata nel canalone, non avrei mai messo il piede su quel sasso.
La cagna era ferma ed avevo tutto il tempo di compiere “quel mezzo giro”, mantenendomi largo per non disturbare l’azione, e chiuderle la via di fuga. Che bisogno c’era allora di correre?
“Piano Mino piano”, mi ripeteva sempre mio padre, “Carica il tallone quando scendi, mai la punta.”
Ma che bisogno c’era di correre?
Una goccia di sudore scivola lentamente tra le pieghe della fronte fino a fermarsi sulle ciglia. Poi arriva sulla guancia e si fa lacrima, poi un’altra ed un’altra ancora.
Il cane intuisce e si avvicina.
È buio e non vedo spiragli di luce.
Come faceva quella canzone?