Divagazioni

Natale, sogni e speranze

di Adelio Ponce de Leon

Ormai vecchio, un Natale nella casa avita ai piedi della montagna. La fiammata di ginepro buttata sui ceppi di castagno nel camino ha appena finito di illuminare i volti protesi dei grandi e dei piccini. O, accoccolato nella poltrona da priore, con gli occhi socchiusi quasi in torpore, vengo preso dai ricordi che affiorano dalla lontananza; ricordi di infanzia, di giovinezza, di guerra, di lavoro, di ghibli nel deserto, di montagne innevate nel primo sole rosa, plumbee nei tramonti invernali, di nebbie offuscanti tra paludi, tundre, prati e marcite, Di buon mattino ho fatto la quotidiana uscita nelle campagne; soltanto il ciak ciak delle cesene rompeva ogni tanto il silenzio della Vigilia; uno stormo di una ventina si è posato sui rami spogli di un alto pioppo dietro il quale mi ero defilato; ho atteso che scendessero sulle bacche della pastura; ansia e passione vennero temperate da qualcosa di indefinito e di indistinto come in un’atmosfera di irrealtà. Non ho sparato, era troppo facile, le ho risparmiate e le cesene se ne sono andate; non ne ho avuto dispetto.
Il fuoco crepita e la mente corre ai primi ricordi di caccia e li rivive in un compiacimento fatto di intime vibrazioni, di entusiasmi e di rimpianti, di serenità quasi accorata e di speranze future. Fino a quando? Quando ho sparato il mio primo colpo di fucile? Deve essere stato un avvenimento notevole, ma non lo ricordo. So soltanto che dall’infanzia riempivo portoni e tronchi del parco con i pallettoni del flobert calibro 6; so che mio padre, gran cacciatore, che non voleva portare a casa il fucile carico, che avrebbe considerato un pericolo per noi bambini, metteva nella cacciatora il calibro 28, piegato in due, a una canna e un colpo, e mi portava con lui. Si metteva dietro di me e buttava in aria una pannocchia di granturco; reggevo a stento l’arma, ma sparavo a quel bersaglio, in ogni modo, durante la caduta e spesso colpivo giusto.
Perché, più grandicello. Ero terrorizzato dalla paura quando rimanevo al buio nei locali della vecchia casa, invece non ne sentivo quando, a notte fonda, solo, carico come un mulo di gabbiette con cincie, codibugnoli e pettirossi, di panie, correvo ansante per i boschi, spinto dall’ansia di giungere primo sul posto migliore?
Quello della località da prendere per primo per una battuta di caccia è sempre stato il mio assillo. Dovevo sempre giungere per primo; nessuno avrebbe osato cacciarmi. E’ nella consuetudine venatoria un diritto formale, chiunque lo rispettava, anche se accompagnato da improperi per quelli che erano arrivati secondi. Sento ancora le imprecazioni di Angiolino Pedretti quando, arrivato alle inque del mattino, ancora a notte, ai margini del marcitone di Robbio davanti alla grande soppia sempre ricca di beccaccini, intravedeva ferma, a fari spenti, in attesa dell’alba, la macchina del Mola o del Magistrelli o dell’Olivari. Ero sempre il primo, all’apertura, ove era la brigata di starne o la nidiata del fagiano o del gallo di monte, o nella migliore stoppia per quaglie.

Prima licenza
Il 26 gennaio 1931 avevo compiuto 16 anni. Era di giovedì. Mio padre il 27 portò tutta la documentazione in questura. A mezzogiorno di sabato, a tavola, sotto il piatto trovai la licenza di caccia. I miei occhi, incontratisi con quelli di papà, luccicavano come i suoi, suggello di un rito sospirato per anni. Papà viveva la commozione di tramandare a me il culto della caccia venerato da secoli in famiglia; io promettevo di non essere indegno del retaggio di tanta tradizione. Appena riuscii a scattare dalla sedia, inforcai la bicicletta da corsa e via di volata nonostante il gelo, giù per la discesa del Sasso fino al paese nella casa avita ove arrivai assiderato. Ma dentro ero caldo, invaso da tanta bramosia. Nonna Adele, custode della casa, rabbrividì vedendomi staccare dalla rastrelliera il pesante automatico, appesantirmi di cartucce e calzare, non avendo ancora gli stivali, gli scarponi da montagna con i quali affrontai la palude del laghetto di Bardello che sarebbe stato per tren’anni il teatro delle mie più appassionanti avventure di caccia. Soprattutto beccaccini, ma anche croccoloni, alzavole, marzaiole, fischioni, pur anco schiribille, porciglioni, rediquaglie.

Diciotto anni
Nostalgia del decennio che ha preceduto il secondo conflitto mondiale, che ha rappresentato l’ultimo periodo d’oro della caccia italica, quando in terreno libero abbondavano starne e lepri, ultime progenie di specie nostrane, prima delle immissioni straniere, mentre non era ancora apparso in forma popolaresca il fagiano, sconosciuto anche nelle riserve. Rivedo i campi allineati da lunghi filari di gelsi che sembravano messi lì apposta per salvare le brigate di starne. Una legge drastica proibiva ai contadini di estirpare i gelsi anche se da anni la bachicoltura era finita e le filande avevano i fumaioli spenti. Entrato socio con mio padre nella riserva di Tradate, una delle migliori del basso Varesotto, ogni giovedì e domenica per 16 uscite annuali, potevamo incernierare quattro starne e due lepri a testa. La quota era sempre fatta: 12 starne e sei lepri, con grande invidia degli altri soci. A settembre si aggiungevano quaglie, a novembre beccacce. Npn si conosceva il significato di “riserva di speculazione”. I cacciatori erano signori, la selvaggina nobile, la caccia arte sia in terreno libero, sia in riserva.
Rivedo la smania di voler uccidere al primo colpo i selvatici mai fino a quel momento incernierati; quei tiri rimangono intatti nella memoria. Gioia quando uccidevo, delusione quando padellavo. Fui contagiato che ancora usavo il calibro 28. Lungo un filare di viti, sorrette da gelsi, ucisi il primo merlo, l’uccello più vistoso di quelli fino a quel giorno presi. La scarica da propri metri lo ridusse in poltiglia. Pochi giorni dopo incarnierai anche il primo storno, venuto ingenuamente a beccare i fichi nell’orto. Posso dire di essere stato fortunato nella carriera di primatista di specie. Ma l’ebbrezza la raggiunsi quando, uccellando nel bosco, levai con i piedi la beccaccia; un tiro con il 28 caricato a pallini del 12; l’urlo che accompagnò la caduta della beccaccia mi tolse la voce per una settimana. Tenuto conto che parecchi animali caddero più per caso che per bravura, posso annoverare tra i primati la beccaccia, la lepre, la starna, la coturnice, il cedrone, la pernice, la marmotta, l’otarda, il beccaccino e molti altri; ricordano cocenti padelle invece la gazzella, il forcello, il germano, la quaglia.

La guerra
Mi è rimasto inoculato nello spirito e nel corpo il bacillo di quel sottile male che non ti abbandonerà più: il mal d’Africa. Male fatto di odori, di sensazioni violente, di soffoco diurno e gelo di notte, di umidità che penetra, di sole che rinsecchisce la pelle, di sabbia penetrante di foreste impenetrabili e di dune interminabili. Trenta mesi nel Sahara libico, nel serir e nell’hammada hanno fatto di me un grande insabbiato, come venivano chiamati quelli che erano vissuti almeno due anni nel deserto. Vento staffilante, sabbie infuocate di giorno e l’umidità della notte li possono sopportare solamente per lungo tempo fisici eccezionali. Nei lungi riposi in buche scavate nella sabbia o nelle rocce degli udian, tra una marcia, una battaglia, un’avanzata, una ritirata, gazzelle, otarde, lepri, pernici, sirratte, colombacci erano prede della mia Browning che portavo nel mio carro armato per sfamare la truppa. Ivedo lo sguardo dolce e dolorante dell’ultima gazzella colpita a morte, quello sguardo che mi impedì per tanti anni di andare a caccia di quadrupedi in ogni parte del mondo.

Il dopoguerra
Un tuffo nelle distese delle nebbie eterne invernali della Valle Padana a beccaccini. Venti anni alla scuola di Angelo Perdetti, cinofilo di fama, con pesanti stivavate nel fango delle stoppie di riso e ai margini delle marcite. Ho conosciuto la differenza di caccia al beccaccino tra la palude e la stoppia di riso: nella prima caccia, nella seconda cinofilia venatoria.

La frenesia degli ultimi anni
Caccia all’estero in ogni parte del mondo, in macchina, su navi e aerei. A stanziale: pernici nell’ojeo delle finche attorno a Toledo; lepri a frotte in Slovacchia; grouse in Scozia sull’erica ai bordi del mare, quando il gelo che spira dall’Atlantico ti fa sembrare essere oltre i 2.000 metri di altezza; cotone nella Pampa argentina; galli cedroni nelle foreste della Carinzia; ogni specie di migratoria, soprattutto beccacce in Montenegro, Bulgaria, Romania, Turchia, Louisiana, alle foci del Mississipi; poi tortore in Vojvodina; beccaccini attorno a Marrakesh e in Algeria e nelle torbiere dell’Irlanda o della Normandia; oche in Scozia e attorno ai laghi della putza ungherese; quaglie in ogni parte della Yugoslavia. Poi i safari. Troppi, dalle verdi colline del Kenia, fino a quando la caccia non è stata vietata, alle foreste della Somalia; della Tanzania, della Namibia, del Bophutanswana, dello Zambia, a gazzelle, impala, kudu, gnu, facoceri e pachidermi. Tre mesi nella foresta dello Zimbabwe, assoldato dal governo quale white hunter alla caccia di selezione degli elefanti, esuberanti e divoratori di preforesta e colture agricole.

Oggi
Attorno a me si è fatto silenzio; forse ho sonneggiato; mi risveglio. Ricordi e sogni scompaiono, mi rimane una grande nostalgia… tutto riassume le forme reali, non mi resta che qualche cosa di cocente nell’anima. E’ il tramonto! Addio erte del Campo dei Fiori, oggi negate alle possibilità delle mie gambe ove per tanti anni mi sono allietato ai pa… pa… pa… di tante beccacce; addio chiesetta di Palanfré, unica piccola costruzione in muratura tra dieci malghe, ove a settembre saliva, a dorso di mulo per tre ore, un mite prete a celebrare la messa per i malgari e i cacciatori, dove oggi la modernità ha costruito una strada asfaltata per favorire gli sciatori; addio pinete staglianti cupe dalla neve, dove il gallo d monte lancia a primavera il suo canto d’amore dal larice spoglio; addio nevai, dimora delle bianche; addio fonti purissime gorgoglianti con il suono di voci suadenti e misteriose.
Sono qui su una poltrona, invecchio: è male? No, se i ricordi avvivano della loro fiamma purpurea il tramonto; no, se attorno la vita delle nostre creature prorompe indomata con l’impeto dei nostri tempi.
E poi? Invecchiare è l’unico modo per stare al mondo: e finché i nemici della caccia non abbiano trovato un altro mezzo per vivere a lungo, io mi accontento di questo e basta.
E spero per molti natali ancora: cacciatore finché potrò, ma per molti Natali: Me lo auguro da solo e spero questa volta di non trovare contradditori.
Alcune sere fa, dopo aver presentato in libreria l’ultimo romanzo di uno scrittore amico, giunti al momento degli interventi del pubblico – interventi, peraltro, da me sollecitati–  una signora non più giovanissima mi interpellò con una domanda che voleva essere provocatoria, ma della quale fui felice perché mi consentì di  aprire un dibattito su un tema del tutto estraneo a quella particolare occasione. Senza alzarsi dal suo posto, la signora, che mostrava ancora le tracce di una luminosa bellezza, mi chiese, senza tanti giri di parole: “Ma come fa una persona come lei, un esteta, uno scrittore che si dice amante della natura, ad uccidere quei poveri cinghiali?” Risposi, con una punta di volontario sarcasmo: “Sa, signora, vivi non mi riesce ancora di mangiarli!” Ci fu un attimo di gelo. Poi infierii, aprendo la bocca: “Vede signora? Questi sono i canini. E rappresentano la prova più palese che sono anch’io, e sicuramente anche lei e tutti i presenti, un predatore!”
Si parla sempre più spesso di etica della caccia. Sembra che  le due parole “etica” e “caccia” siano in stridente contraddizione fra di loro, per l’idea,  insita nella parola “caccia”, dell’uccisione di una creatura. Può la caccia essere “etica”?  Per prima cosa occorre ridefinire il significato di questa parola, che tante passioni suscita.
Che cos’ è la caccia? E’ ancora uno sport, un hobby, un uso del tempo libero? E’ una risposta culturale all’istinto di aggressività? E’ l’uso razionale di una risorsa, economica e alimentare, non in contrasto con il mantenimento e  lo stato di salute   di popolazioni animali?  E’ gestione e conservazione della fauna selvatica? E’ un lavoro che si svolge, nell’interesse di tutti, per il mantenimento delle strutture sociali di determinate specie in armoniosa relazione con le altre specie selvatiche, con il territorio e la produzione agricola e forestale? E’ qualcosa che ci ricollega con i nostri istinti più ancestrali ai quali far risalire ogni tappa del progresso umano, dalla costruzione del linguaggio, alla creazione delle comunità sociali, all’identificazione dei ruoli e delle gerarchie all’interno del gruppo? E’ un modo di sentirsi partecipe degli eventi naturali, anche dei più drammatici? Rappresenta quindi la condizione umana? Può  essere anche una metafora poetica della vita?
In realtà la caccia è tutte queste cose insieme. Ognuno di noi può , in diversa misura, scegliersi le risposte più vicine al suo modo di sentire.
E’ chiaro che alcune di queste motivazioni vanno utilizzate, con opportuni interventi pubblicistici, per modernizzare gli atteggiamenti del mondo venatorio, ma anche per rendere più accettabile all’esterno il senso di questa nostra amata, ma anche criticatissima attività, che viene percepita spesso come un gratuito atto  di violenza sugli animali.
Negli strati più responsabili del mondo degli ambientalisti  si stanno superando molte delle incomprensioni di un tempo, alla  luce anche dei grandi cambiamenti che si sono verificati in questi ultimi anni e che hanno visto, ormai in quasi tutta Italia, i cacciatori svolgere per conto delle amministrazioni provinciali un ruolo insostituibile di controllo sulle specie di ungulati, oramai  così diffusi sul territorio, da costituire un serio problema per l’ambiente, le colture, ma anche per le altre specie meno versatili.  Stanno cadendo, proprio per il nuovo corso dell’attività venatoria che viene intesa sempre di più come gestione della fauna selvatica, le incomprensioni che nel passato hanno contrapposto ambientalisti, cacciatori e agricoltori. Ci sono continue e frequenti scaramucce, ma spesso solo  di facciata. E’ invece impossibile – e lo sarà sempre - ogni contatto con il movimento degli  animalisti che, al suo interno, vede crescere sempre di più le frange estreme, oltranziste e spesso anche violente. L’animalismo è una sorta di disumana religione moderna, praticata da chi vive in città e da tempo ormai ha perso ogni rapporto con  i fatti naturali. Si basa su un’immagine falsa e idilliaca della natura, dove invece tutto è conflitto cruento, dove la vita nasce dalla morte, continuamente, in un perpetuo rinnovarsi.
A parte ogni altra considerazione, la caccia è etica quando è naturale, quando non è spreco, insensato consumo, gratuita crudeltà.
Interessante è la posizione delle diverse religioni nei confronti della caccia. Nessuna delle grandi confessioni la proibisce. a condizione che venga praticata in modo naturale. Il famoso calciatore italiano Baggio è un fervente buddista e al tempo stesso un appassionato cacciatore. Il monaco zen Gigi  Mario,  che ha la responsabilità di un monastero buddista nei pressi di Orvieto, tempo fa mi chiese se fosse possibile  abbattere un po’ di quei cinghiali che gli devastavano l’orto.
Maggiori sono invece le distanze con l’animalismo. Civiltà Cattolica, l’autorevole rivista dei Gesuiti, ha dichiarato tempo fa guerra a queste frange estreme dell’utopia verde sottolineando i rischi di una filosofia che per innalzare i diritti degli animali riduce quelli degli uomini.  Ironizzando sui pretesi diritti degli animali sostenuti dal movimento, l’editorialista di Civiltà Cattolica si chiedeva: “Per difendere la vita degli animali anche dagli altri animali, dovremmo tutta la nostra vita separare i gatti dai topi? E come si giustifica il fatto che si uccidano le pecore per alimentare Fratello Lupo?”
Torniamo agli ambientalisti o anche a tutti coloro che, pur non essendo impegnati in un’attività di “volontariato critico”,  sono semplicemente infastiditi dalla caccia, perché ormai influenzati da almeno venti anni di propaganda contraria, o anche soltanto a causa di tutte le implicazioni evocative della violenza presenti anche nella migliore e più “etica” attività venatoria.
Abitualmente noi diamo  risposte di tipo biologico ed economico:
  1.  il cacciatore svolge le funzioni dei grandi predatori ormai scomparsi;
  2.  il cacciatore ristabilisce l’ordine nella struttura sociale delle popolazioni;
  3.  il cacciatore lavora per tutto l’anno per contribuire a mantenere e migliorare l’ambiente e per questo è anche disposto a spendere di tasca sua (vedi quanto ha fatto il CIC in Senegal dove ha ricreato 52 mila ettari di zone umide);
  4. dove la caccia è stata proibita sono esplose epidemie (come è avvenuto nei massimi parchi italiani); altrove alcune  specie si sono moltiplicate a danno di altre meno versatili e si sono rivelate un vero flagello per le colture. Nel cantone di Ginevra , dove la caccia è stata interdetta da un referendum popolare, vengono spesso impiegati i militari per limitare i capi in sovrannumero;
  5. la fauna selvatica è un bene della terra, come il grano, o meglio ancora, come un gregge: se ho dieci ettari di prato e dieci pecore, dovrò intervenire per tempo per raccogliere l’incremento annuo, altrimenti in capo a due o tre anni morranno tutte.
Di  fronte a queste argomentazioni,  un interlocutore ragionevole riconoscerà magari che la caccia è utile, che a volte è necessaria, sempre che tutti i cacciatori si comportino bene. Ma la reazione degli “altri” spesso è riassunta in una sola frase: “Sì, ma voi uccidete, voi vi divertite a uccidere.”  Questo è il vero problema etico. E’ vero? E quali risposte dare?
La prima: ci sono anche le guerra giuste, le guerre difensive. Ora la caccia è come la guerra: spesso è necessaria, indipendentemente dal fatto che un militare di carriera possa trovarvi le proprie soddisfazioni. Se il tuo Paese è minacciato, che cosa fai? Scappi, passi dalla parte del nemico, professi l’obiezione di coscienza? O più onestamente rischi la tua vita per la salvezza tua e dei tuoi compatrioti, per difendere i tuoi valori, il tuo stile di vita, la tua cultura, la tua religione, anche il tuo benessere? Oppure: se devi farti tagliare un braccio, preferisci sottoporti al bisturi di un chirurgo che svolga il suo lavoro con soddisfazione, con una sorta di professionale piacere, o da chi non ama quel suo lavoro sanguinario? E’ chiaro, infatti,  che la caccia, pur rivestendo una funzione biologica, economica e anche sociale, deve essere praticata da chi intende rispondere a un’intima e arcaica pulsione, che possiamo chiamare “piacere”, anche se l’atto implica la  morte di creature viventi.
Ma ancora una volta, l’etica può trovare conforto nella biologia: in natura, ogni specie vivente si nutre a danno di altre specie viventi. La volpe uccide, ed è naturale.  Diecimila anni fa l’uomo  ha imparato ad allevare quegli animali che cacciava e a seminare quei frutti che raccoglieva, per potersene cibare più facilmente, cosa che continua a fare anche oggi senza sollevare eccessive obiezioni. Anche se allevati o coltivati per ragioni alimentari, polli, tacchini, fagioli e melanzane, sono tutte creature viventi  ( e non è detto che i vegetali non abbiano una loro sensibilità, anche se assai rudimentale). L’uomo, come qualsiasi altro essere presente su questa terra , si ciba di cose vive, non di minerali. La caccia (come la macellazione) si serve di un atto cruento per trasformare una proteina in energia. In questo non c’è niente di scandaloso, perché questo è naturale. Tutto dipende da come  si giunge ad un abbattimento, ad un’uccisione. E per questo il cacciatore si è dato delle regole per non far soffrire l’animale, e per non far danno alla specie. E in più si è inventato nei secoli una serie di rituali che danno nobiltà alla caccia, come le cerimonie che si fanno sia per onorare l’animale ucciso sia per esorcizzare il senso di colpa. E l’arte (sotto forma di musica, pittura, letteratura) è da sempre una fedele testimone dell’atto del cacciare.
Come si può vedere,  il discorso porta molto lontano e difficilmente può essere racchiuso nell’angusta griglia di una formula.

Bruno Modugno
BRUNO MODUGNO  è un’icona della caccia italiana.
  • Bruno Modugno a cacciaGiornalista e scrittore, autore televisivo e regista,  si occupa da 40 anni di problemi venatori indagando sui versanti biologico, etico e antropologico della caccia e riuscendo a contrastare con vigore e con valide argomentazioni culturali, sui giornali, come in televisione e nel mondo della politica, le  campagne anticaccia che a partire dagli anni ’70 hanno inutilmente dilaniato la società italiana. Dal 1980 al 1992 è stato responsabile dell’immagine dell’UNAVI ed ha partecipato in prima persona alle battaglie per la difesa della caccia contro 24 referendum regionali e nazionali.
  • E’ responsabile della Commissione Etica e Informazione  della Delegazione italiana del Conseil International de la Chasse et de la Conservation du Gibier.
  • Per 20 anni è stato membro del comitato di direzione della rivista Diana. Ha fondato e diretto per quattro anni il mensile Caccia +.
  • Dal ’97 al 2002  è stato direttore editoriale del Canale monotematico Seasons (bouquet Tele+) ed autore e conduttore delle due rubriche settimanali “Storie di Riva e di Bosco” e  “Le Nostre Stagioni”.
  • Dal  2004 è autore e testimonial del Canale monotematico Caccia e Pesca (bouquet Sky) e autore e conduttore delle due rubriche settimamanali “Parliamo di caccia” e Andiamo a caccia”.
  • E’ stato il primo presidente dell’ultima nata tra le Federazione del CONI: la FIDASC (Federazione Italiana Discipline con Armi Sportive e da Caccia). Per il lavoro svolto e per i successi ottenuti sui campi di tiro internazionali è stato insignito dal Presidente della Repubblica,  su proposta del Presidente del Consiglio, dell’onorificenza di Commendatore  dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”.
  • Pratica soprattutto la caccia agli ungulati (al cinghiale, in battuta; al camoscio, capriolo e cervo con la carabina di precisione), ma anche alla penna col cane da ferma. I suoi teatri di caccia sono le Maremme e le montagne del Tirolo.
  • Modugno vive e lavora a Roma. Ha lavorato per undici anni nei quotidiani e rotocalchi, come cronista e poi inviato. Nel '64 ha cominciato a collaborare con la RAI-TV. E' stato autore e conduttore di  programmi culturali  e di grandi contenitori quotidiani di intrattenimento. Durante gli “anni di  piombo”, dal ’76 al ’79,  ha condotto il TG1 delle 13,30.
  • Ha girato numerosi documentari dedicati alla ricerca etnologica, all'avventura, agli animali e all'ambiente. Ha scritto  soggetti e sceneggiature per il cinema e la TV, il copione del musical  di Gianfranco Reverberi liberamente tratto dalla commedia "La Presidentessa", e i testi di numerose canzoni.
  • Insieme a Folco Quilici e Carlo Alberto Pinelli ha scritto il  film per la MGM  Il Dio sotto la Pelle, la cui sceneggiatura, pubblicata dalla Minerva Italica, gli ha valso il premio Bergamo.
  • Bruno Modugno, un'icona della Caccia ItalianaHa scritto un libro  di racconti  (Roma by night),  saggi e alcuni romanzi. Con il suo primo romanzo, Re di Macchia (Rusconi Editore), è entrato nella cinquina del premio Strega ed ha vinto il premio Un Libro per l'Estate.  E’ stato assai significativo che, nel pieno della polemica animalista contro la caccia, proprio la storia di un  cacciatore  abbia ricevuto il riconoscimento della cultura ufficiale. Da questo primo romanzo è stato tratto l'omonimo film, da lui stesso scritto e diretto (Filmstudio-Mediaset). Col suo secondo romanzo, Cento Scalini di Buio ( Rusconi editore), ha vinto il premio Vallombrosa. Col suo terzo romanzo, Cacciatore d'Ombre (Vallecchi), ha vinto i premi Città di Piombino e Cypraea. L’ultimo romanzo,  che conclude la quadrilogia maremmana è Ballata Saracena (Editoriale Olimpia).
Luca Davide EnnaLuca Davide Enna nasce a Sassari, in Sardegna, nel 1965 e vive a Alghero. Cacciatore, scrittore, giornalista , designer di coltelli da caccia e lavoro, esperto di politica venatoria e dirigente, cinofilo, pescatore, socio fondatore di un gruppo micologico nella sua città, socio del "Club dei Ventitré" ( il club degli estimatori di Giovannino Guareschi) e di altri club, cinofili e culturali. Inizia ad appassionarsi alla caccia a sei anni, quando il padre gli regala una fionda ad elastici .  Alcuni anni dopo riceve in dono la sua prima cacciatora "maremmana", a Montepescali, presso Grosseto e da lì proseguono le sue avventure venatorie. Sostenitore del "diritto alla libertà di caccia" e delle cacce alla selvaggina migratoria "da Agosto a Marzo" nel rispetto delle leggi europee, ma anche del diritto al mantenimento delle tradizioni dei popoli. E' autore di numerosi articoli e pubblicazioni, su riviste di vario genere e su internet. A breve, sarà nelle librerie la sua recente fatica, il libro : "Storie di uomini e cani", una raccolta di racconti che prendono spunto dalla caccia, per descrivere la vita della gente comune. In "Storie di uomini e cani", i diversi protagonisti sono persone normali che svolgono le loro attività con semplicità ma seguendo quei valori così radicati nella popolazione italiana, fino a pochi anni or sono. L'autore ha inteso riproporre un modo di vivere importante per la nostra società, poi accantonato anche in seguito agli sconvolgimenti sessantottini. I riferimenti storici del libro partono dall'Italia bellica e post-bellica e raccontano l'esistenza di molte persone che, nonostante gli accadimenti, non hanno gli animi esacerbati tra loro né con altri. La solidarietà ed i valori possono definirsi il "filo conduttore" del libro. In alcuni dei racconti, i cani sono i protagonisti principali e la figura del padrone viene un pò messa in ombra, non per uno sfacciato animalismo, bensì per fare risaltare il rapporto affettivo e di collaborazione tra l'uomo ed il suo amico fedele. Attualmente l'autore è al lavoro per la preparazione di altre pubblicazioni. nasce a Sassari, in Sardegna, nel 1965 e vive a Alghero. Cacciatore, scrittore, giornalista , designer di coltelli da caccia e lavoro, esperto di politica venatoria e dirigente, cinofilo, pescatore, socio fondatore di un gruppo micologico nella sua città, socio del "Club dei Ventitré"(il club degli estimatori di Giovannino Guareschi) e di altri club, cinofili e culturali. Inizia ad appassionarsi alla caccia a sei anni, quando il padre gli regala una fionda ad elastici .  Alcuni anni dopo riceve in dono la sua prima cacciatora "maremmana", a Montepescali, presso Grosseto e da lì proseguono le sue avventure venatorie. Sostenitore del "diritto alla libertà di caccia" e delle cacce alla selvaggina migratoria "da Agosto a Marzo" nel rispetto delle leggi europee, ma anche del diritto al mantenimento delle tradizioni dei popoli. E' autore di numerosi articoli e pubblicazioni, su riviste di vario genere e su internet. A breve, sarà nelle librerie la sua recente fatica, il libro : "Storie di uomini e cani", una raccolta di racconti che prendono spunto dalla caccia, per descrivere la vita della gente comune. In "Storie di uomini e cani", i diversi protagonisti sono persone normali che svolgono le loro attività con semplicità ma seguendo quei valori così radicati nella popolazione italiana, fino a pochi anni or sono. L'autore ha inteso riproporre un modo di vivere importante per la nostra società, poi accantonato anche in seguito agli sconvolgimenti sessantottini. I riferimenti storici del libro partono dall'Italia bellica e post-bellica e raccontano l'esistenza di molte persone che, nonostante gli accadimenti, non hanno gli animi esacerbati tra loro né con altri. La solidarietà ed i valori possono definirsi il "filo conduttore" del libro. In alcuni dei racconti, i cani sono i protagonisti principali e la figura del padrone viene un pò messa in ombra, non per uno sfacciato animalismo, bensì per fare risaltare il rapporto affettivo e di collaborazione tra l'uomo ed il suo amico fedele. Attualmente l'autore è al lavoro per la preparazione di altre pubblicazioni.
 
I testi di Luca Davide Enna:
 
La corteccia consumata ed aggrinzita dal tempo, i nodi lucidi ed i rami protesi verso il cielo gli davano un’immagine simile a quella della mano di un naufrago che chiede disperatamente aiuto, un aiuto che nessuno può prestargli, dal momento che quel naufrago era un vegetale , e quindi , muto, ed il mare una distesa di macchia mediterranea. L’albero cavo era lì, piantato da secoli, testimone immemore di una moltitudine di vicende che avevano creato non pochi affanni alle generazioni che lo conobbero e sciolsero i fiocchi delle loro vite al riparo della sua chioma. Rifugio per gli armenti e gli animali selvatici, ristoro per tordi, merli, colombacci e quant’altro, nascondiglio, più o meno segreto, per il ricovero di traffici non sempre leciti, l’albero di olivastro della tanca dei Podda ne avrebbe avuto da raccontare, se solo il Padreterno l’ avesse fornito di lingua e polmoni, anziché chiedergli quotidianamente la produzione di anidride carbonica ed ossigeno… Cento anni prima ed agli inizi del novecento, parecchi banditi lo avevano preso come punto di riferimento e non solo loro, ma anche pastori, viandanti, missionari e tutti coloro che passavano da quelle parti e stanchi, disperati o circospetti, si aggiravano all’ombra del suo fogliame. All’interno, pro tempore, vi si celavano veri e propri tesori, di genere alimentare, commerciale o altro. Forniva riparo, rifugio e sollievo, con quella discrezione che solo un albero può dare, perché poco loquace, per natura. Pizzente si recò al solito posto, tra le macchie scure di lentischio, la tirìa (ginestra spinosa) ed il mirto reso scuro dalle abbondanti piogge. Camminava sospettoso, nonostante conoscesse quella zona come le sue tasche. Arrivato dietro la roccia del fiume, a circa cinquanta metri dall’albero, dove poteva avere una visuale sicura, si fermò e sbirciò di sottecchi, per tranquillità. Quasi non gli prese un colpo. Due individui con grandi occhiali da mosca, stavano alla base dell’albero cavo e confabulavano animatamente. Poi, uno dei due infilò una mano in alto, in un piccolo incavo e ne trasse due pacchi scuri. Sciolto l’involucro del primo, saltarono fuori due buste con un contenuto biancastro che vennero subito intascate, da uno e dall’altro. In seguito, slegato il secondo, si vide con chiarezza che erano soldi, perché i due si misero a contare e diviso in due il “malloppo” si voltarono di spalle e si allontanarono. Pizzente era impietrito, fermo, lì dietro la roccia, grondando sudore nonostante il freddo pungente. Mille idee gli erano frullate per la mente ma certo quei due non erano cacciatori di frodo, come lui. Anzi, li aveva già visti e il ricordo gli affiorava alla mente come un fumo rosso porpora. Avrebbe voluto agire , ma qualcosa lo trattenne, un rumore sospetto , che poi risultò essere quello prodotto da un vitello al pascolo, ma sulle prime lo fece tremare per il timore di avere qualcun altro nei pressi. Era abituato a quei luoghi e lì conduceva la vita, senz’agi né lussi, ma riusciva a barcamenarsi per tirare avanti la famiglia. Aveva già le comande pronte: dieci pernici per la cena dell’avvocato, due cosce di cinghiale per il dottore, qualche chilo di polpa per il vicesindaco, un cosciotto anteriore per la moglie del fornaio, l’altro per il calzolaio e un pò di polpa, questa in regalo, al povero e smunto parroco che si occupava di quel gregge di anime. Per lui bracconaggio era sinonimo di ricerca del cibo e non vi è dubbio che fosse così. Rispettava gli animali e le stagioni, prelevando solo ciò che gli occorreva e eliminando trappole e lacci di astuti servi-pastori o contadini ai quali un lavoro non bastava , ma volevano “arrotondare”… Certo , era difficile tirare avanti, ma la sua bravura e l’arte nel mestiere erano formidabili, per cui raramente tornava a mani vuote. A suo modo , si riteneva una persona onesta e poi non aveva troppa paura delle guardie che, in effetti lo lasciavano in pace , perché lo conoscevano da sempre e sapevano che non era lui a danneggiare l’equilibrio faunistico, ma alcuni di quei balordi arrivati dal capoluogo senza conoscere il posto e pestando a caso nell’intento di scovare qualcosa. Più volte aveva visto quei signori vestiti bene, con abiti costosi e cani di razza al seguito. Ogni tanto ne accompagnava alcuni indicando loro alcuni luoghi dove catturare qualche preda e con certi aveva fatto pure amicizia, per cui al loro arrivo lo riempivano di pacchi regalo per lui e la famiglia, conoscendo le sue necessità. In particolare uno, Baingio, viveva in città, in una casa di lusso con le specchiere nel bagno , il salotto pieno di luci e di quadri firmati e lo studio zeppo di libroni grossi così. Baingio arrivava dalla campagna, come lui, solo che aveva avuto la fortuna di studiare ed era arrivato ad un’ottima posizione sociale. La ricchezza però non gli aveva portato bene ed uno dei suoi quattro figli aveva preso una brutta strada. Provarono di tutto, lo pedinarono, lo pregarono, arrivarono a picchiarlo, ma non ci fu niente da fare. Un giorno, una telefonata dalla centrale informò il poveruomo che il figlio prediletto era stato trovato esanime dopo una notte fuori casa. Dalle indagini risultò che il ragazzo aveva il vizio del gioco ed era entrato in contatto con un giro di pessima gente ; aveva contratto debiti e, per vendetta , due sicari lo avevano accoltellato per strada. Il povero padre non sapeva darsi pace e ogni volta che si ritrovava con il suo carissimo amico e gli tornava alla mente l’accaduto si fermava ed iniziava a piangere disperatamente. Pizzente provava a consolarlo, ma l’impresa era troppo difficile. Era passato del tempo e lui aveva raccolto una mole d’informazioni sulle frequentazioni del ragazzo scomparso, per cui sapeva con precisione quasi matematica chi era stato a commettere il delitto e come aveva agito. Non era tranquillo per ciò che sapeva e cercava di dimenticare l’episodio facendo le cose a lui congeniali, ma, quell’incontro vicino all’albero cavo gli aveva riaperto una ferita. Non poteva dirlo all’amico, perché sapeva che si sarebbe compromesso mettendo in gioco la sua onorabilità e questo segreto lo logorava ogni giorno di più. Quella visione fu lacerante, come una folata di ghiaccio su un cavallo sudato dopo una folle corsa. Cercava di radunare i pensieri e, spaventato dal rumore udito, si rannicchiò sotto un cespuglio, facendosi sempre più piccolo. Quando vide il vitello capì di aver perso un’occasione. Si rialzò lentamente, ma i due individui erano già scomparsi nell’ombra delle piante frondose. Andò all’albero cavo, infilò la mano nella fessura, in alto e non trovò nulla. Picchiò un pugno sul tronco, per la rabbia, si ammaccò la mano e dovette fasciarla per giorni. La notte montava di vedetta e controllava l’eventuale andirivieni al vecchio albero. Per parecchio tempo non si vide nessuno, poi, una sera, due tizi arrivarono deposero qualcosa nel tronco e si allontanarono, di corsa. Come un gatto selvatico, dopo averli fatti allontanare, si avvicinò al tronco e frugò dentro.
C’erano due pacchi; uno pieno di una strana polvere bianca e l’altro zeppo di soldi. Rimase terrorizzato. Quelle canaglie erano due trafficanti, oltre a fare il doppio lavoro da sicari. Ritornò altre volte all’albero cavo e non trovò più qualcuno, così, in un periodo di ristrettezze, decise di recuperare lui il pacco dei soldi. Si recò all’albero, ma proprio quando mancavano poche decine di metri dal luogo si accorse che c’era qualcuno. I due individui erano lì che confabulavano animatamente, finché ci fu una colluttazione, si udirono due spari quasi all’unisono e poi cadde il silenzio. Con il sudore che grondava, nonostante il freschetto della sera, Pizzente si levò pian piano e si sporse oltre i ciuffi di un arbusto, fino a che non vide la scena. I due delinquenti giacevano sul terreno, secchi come il sughero, fulminati dalle rispettive schioppettate e vicino a loro due grossi pacchi stavano in bella vista. Con cautela si avvicinò, osservò tutto, prelevò il pacco con i soldi da terra e poi sottrasse i due pacchi dal cavo dell’albero. Ritirò anche il secondo pacco con il denaro e buttò quello con la polvere, a fianco dei due criminali. Una telefonata anonima avvertì le guardie che c’erano due cadaveri in campagna e quando i militari furono sul posto e trovarono i due pacchi, vicino a quei figuri, pensarono subito che i due tizi si fossero uccisi a vicenda per contrasti sulla divisione della merce. Pizzente lasciò perdere l’albero cavo e da quella volta smise di andare in campagna di notte, ma il segreto lo tormentava. Una mattina, mentre lui e Baingio riposavano seduti su una roccia, dopo una faticosa scarpinata, guardò l’amico negli occhi e gli raccontò tutto. Quello rimase gelato. Incominciò a piangere e pensò all’inutile fine di quei tipi ed al destino infame che aveva colto lui e il suo figliolo. Poi rifletté sull’accaduto e pensò ai soldi ed a Pizzente e convenne almeno che nonostante un male così orrendo era scaturito un bene, per una famiglia in ristrettezze come quella dell’amico. “Io faccio il mestiere che faccio”, disse all’amico, asciugandosi gli occhi, “ma, la mia coscienza mi dice che hai fatto bene a tenere quei soldi. Erano soldi maledetti e lasciarli a loro non sarebbe servito a nulla, mentre permetteranno a te ed ai tuoi di vivere una vita decorosa, e, in fin dei conti , così non dovremmo più andare a caccia con la paura che qualcuno ti cerchi per le tue scorribande notturne…”. Pizzente lo guardò con un sorriso che andava da un orecchio all’altro e gli occhi lucidi nel vedere la gioia riflessa negli occhi dell’amico e disse: ”Caro avvocato, hai ragione, d’altronde non ho più l’età per portare a spalla un cinghiale e correre con le guardie appresso. Preferisco fare tutto in regola e cacciare alla luce del giorno. Ma, adesso, cosa vogliamo fare? Ci fermiamo ancora a trastullarci come due smidollati cittadini o vogliamo cercare quel volo di pernici che ho <segnalato> la scorsa settimana?”. E si rialzarono, più leggeri, ma con il cuore gonfio, pensando a quelle disgrazie e guardando avanti, verso l’orizzonte, dove il confine tra le stoppie e la macchia <segnalava> la frontiera del loro immediato futuro.

Autore: Luca Davide Enna