Sotto il sole cocente d’agosto e con il pianale del carretto grondante d’acqua, si aggirava per le vie deserte recando un po’ di refrigerio agli indirizzi prestabiliti. Brumilde colava sudore dalla criniera e sbuffava come un mantice, con le narici che si allargavano e stringevano alla ricerca di aria fresca. Lui era tranquillo e pure in quell’afa riusciva a fumacchiare il suo puzzolentissimo “mezzo toscano” e tirava fuori il meglio del suo repertorio aulico per imbonire la vecchia, ma ancora possente, cavalla Ardennese. In verità si trattava di una Ardennese-Svedese, ma lui non badava al pedigree ed ai dettagli, almeno nei cavalli e la Svezia, in materia equina, la considerava poco. Quel carro era pesante, ma, Brumilde lo tirava come un fuscello e se non fosse stato per il caldo esagerato l’avrebbe fatto anche con più brio. I grandi blocchi di ghiaccio coperti da un telo impermeabile lasciavano andare un filo sottile di perle luminose che tracciava un ghirigori sullo sterrato della carraia. Lui controllava il taccuino e spuntava i nomi dei destinatari, mano a mano che consegnava il suo gelido fardello. Asciutto, minuto e rubicondo di viso, aveva pochi vizi e solo una passione, ma niente di scandaloso o fuori dal normale. Un bicchiere di buon vino rosso bevuto fresco con gli amici, un mezzo sigaro toscano ed un mazzo di carte costituivano il massimo delle gozzoviglie di Alcibiade. Era difficile vederlo brillo perché sapeva rispettare i suoi limiti, ma le gote rubiconde, il naso lucido e gli occhietti vispi ed allegri con quelle zampette di gallina che ne solcavano i lati, davano l’idea di un giocondo birbante di paese. La mattina si levava dal letto un paio d’ore prima dell’alba e la sera tirava tardi fumando sulla porta o all’osteria con gli amici, ma sempre senza grandi eccessi, così, in maniera sobria e naturale. All’ora prefissata poi, andava a ritirare il ghiaccio e faceva il giro per consegnarlo in tempo, prima che si liquefacesse. Vestiva sempre uguale, con il suo cappellaccio ed i calzoni scuri, in più usava un paio di grossi guanti in pelle ed un rampino per acchiappare i blocchi e trasportarli ai clienti. Alcune giovani mamme, chiacchierando tra loro, avevano notato questi particolari ed erano riuscite a imbastirne una favoletta ad uso e consumo loro, per intimorire i figli capricciosi. Appena si udiva la voce squillante di Alcibiade, la mamma di turno redarguiva il bimbetto dicendo: “ Se continui con le prepotenze ti faccio prendere dall’omino del ghiaccio e ti faccio portar via” . Così anche i più reticenti, dovevano capitolare ed obbedire subito. La vista di quell’omino, scuro scuro, con quel cappellaccio , le gote rubiconde, i guanti ed il rampino, era più che sufficiente per sopire ogni atto di ribellione. Alcibiade, si è detto aveva alcuni vizi ed una sola passione e quella era la caccia. Alla domenica si alzava presto, governava la vecchia Brumilde e poi, preso Duck, si avviava verso la campagna alla ricerca delle quaglie o dei beccaccini. La sua passione era fortissima e solo per quella poteva rinunciare a qualsiasi cosa. Duck soltanto poteva capirlo e nessun altro. Anni addietro, Martina, la figlia del casaro, aveva iniziato un filarino con quel simpatico giovanotto, ma la cosa era finita lì, senza avere alcun seguito. Lei era un po’ troppo sofistica e la domenica voleva andare alla passeggiata per chiacchierare amabilmente con le amiche, sorseggiando una limonata fresca, o un thè caldo, a seconda della stagione, mentre Alcibiade preferiva scappare in campagna, lontano dalla gente e vicino al suo mondo, per cui l’intesa si spezzò, e buona notte al secchio. Duck era intelligente, vivace, con gli occhi allegri e si può tranquillamente pensare che, se non avesse avuto tutto quel pelo, si sarebbero scoperte le stesse gote rubiconde e le zampe di gallina del suo padrone. Insomma, sembrava il sosia canino del simpatico Alci. Più che un cane era un compagno di caccia ed insieme formavano una coppia simpaticissima. Si trattava di un Breton, purissimo e di gran sangue; Alcibiade l’aveva avuto in dono da un amico della città che, ritirato il cucciolo, come diritto per aver fatto accoppiare il suo maschio blasonato, non sapeva che farne e si era ricordato della passione del suo amico ghiacciarolo. Aveva un bel manto bianco fegato, il fisico “cob”, lo “stop” marcato ed una postura “rampante”, tutte caratteristiche formidabili in un cane di quella razza. Nei campi era uno spettacolo e sui beccaccini o sulle quaglie, una bellezza. Fermava a distanze incredibili i becchilunghi, silenzioso e delicatissimo. Si accorgevano di lui solo quando era troppo tardi ed Alcibiade era riuscito a piazzare qualche pallino del nove al posto giusto. Con le quaglie era imbattibile. I “topi delle paglie” sgattaiolavano di nascosto e lui, sempre dietro, finché le fermava, d’autorità, e le costringeva a sottostare al suo dominio, fino a quando, spinto da Alci, non forzava ed il gioco era fatto. In paese lo conoscevano e quando lo vedevano arrivare, al fianco di Brumilde, lo chiamavano per dargli le leccornie e lui, giocoso, muoveva quel mozzicone di coda e faceva le feste a tutti. I bambini lo adoravano e, nonostante il timore dell’omino del ghiaccio , cercavano di avvicinarsi per accarezzare Duck e fargli le coccole. Quella sera Carletto era piuttosto inquieto e, vista la mala parata, la mamma decise di ricorrere all’ultima inquietante minaccia. “Se continui ancora, vado a chiamare l’omino del ghiaccio e ti faccio portar via, stasera stessa.” Non avendo sortito alcun risultato , la poverina si recò in osteria e bussato al vetro chiese ad Alcibiade di parlare per una questione urgente. Si accordarono e decisero che l’indomani avrebbero messo in atto il piano, ma con una variante proposta dallo stesso “giacciarolo”. Alcibiade chiese alla mamma di preparare Carletto con un paio di stivaletti, calzoni robusti ed una camicia altrettanto pesante. L’indomani, sbrigate le faccende urgenti, si recò a casa di Carletto per ricevere gli ordini dalla mamma del bimbo. La ragazza consegnò il figliolo, salutandolo alla porta, con fare grave e quasi pentendosi di quel gesto troppo severo. Sulle prime, il bimbo era reticente, aveva gli occhi gonfi e le gote solcate da un rivolo di lacrime. Chiese perdono, promise di non farlo mai più, ma, la mamma, risoluta nel dargli una lezione e sicurissima dell’affidabilità di Alcibiade, non mutò la sua decisione. Nella mente del fanciullo , quello sembrava l’inizio di un giorno terribile, mentre, in realtà si trattava di una giornata destinata a divenir memorabile. Carletto passò una mattinata a beccaccini con Alcibiade e Duck e quell’avventura gli mutò la vita . All’inizio era intimidito perché temeva che l’omino del ghiaccio avesse intenzione di infilarlo nell’acqua gelata e poi rivenderlo a cubetti al mercato del pesce, poi il terrore si mutò in sospetto e via via che la campagna s’ avvicinava e la marcita prendeva forma tra le pozze, le erbette ed i giunchi il sentimento si mutò in curiosità. Davanti a lui uno spettacolo senza precedenti nella sua giovane mente. Per ettari ed ettari di territorio pianeggiante il sole della prima mattina illuminava una miriade di cristalline e luccicanti pozze circondate da erbe fresche e da stoppie marce. I chiaroscuri di quel quadro erano interrotti dalle garzette che solcavano il cielo e dalle grida sguaiate degli stormi di pavoncelle. Di quando in quando coppiole di germani e voletti di alzavole saettavano nell’azzurro del cielo, i primi roteando sempre più in alto ed allontanandosi per poi calarsi molto oltre e le seconde sferzando l’aria e piombando giù a capofitto, rasentando il pelo dell’acqua e poi, su d’improvviso , cabrando e riprendendo quota e di nuovo piroettando all’unisono con perfetto sincronismo. Il pìo pìo delle pispole accompagnava dolce questo rimestìo della natura ed i piccoli uccelli si libravano sicuri scattando dalle chiazze umide per disegnare le loro traiettorie intervallate. Lo sciaquettìo degli stivali nell’acqua non stonava affatto, anzi, faceva da contorno musicale all’insieme armonizzando il tutto e ad esso si aggiungeva lo sciabordio delle zampette di Duck che, estasiato, percorreva le praterie allagate a testa alta , alla ricerca dell’effluvio familiare. Dopo una furiosa scorribanda, Duck si mise in ferma, sicuro , col capo sollevato, la groppa bassa rispetto al torace , le zampe tese e l’occhio scintillante. Alcibiade guardò il bimbo e gli disse: “Vedi, ora Duck ha trovato la sua preda e farà in modo che noi abbiamo tutto il tempo di avvicinarci. Il beccaccino è un animale sospettosissimo. Al primo cenno di pericolo saetta basso basso e si allontana zizgagando, cercando di frapporre più spazio possibile tra il fucile e la sua coda. Duck lo conosce bene e con il suo olfatto riesce a fermarlo a grandi distanze per non farlo insospettire troppo. Ora vedrai come lo lavora ”. Duck tratteneva il fiato e cercava di camminare sul pelo dell’acqua, senza più produrre alcun rumore. Arrivato al limite della prima grande pozza si irrigidì e non volle fare più un passo. Il gioco era fatto. Ogni mossa poteva essere quella decisiva ed a quel punto la parola “fine” poteva metterla solo Alcibiade. L’omino si appressò al suo ausiliare, stando attento a non far rumore e curando la linea di tiro antistante il cane per un raggio di diversi metri. Contemporaneamente fece cenno al bimbo di tenersi dietro, in assoluto silenzio e di seguire bene lo svolgimento dell’azione. Fatto quel passo in più, ruppe l’incantesimo e la piccola saetta sfrecciò bassa e guizzante , tanto che, alla prima botta, il tiratore fallì il colpo e riuscì a correggersi solo alla seconda, essendosi concesso più tempo per un tiro ragionato. Raccolta la preda, Duck la depose nelle mani del padrone con la massima delicatezza, poi ripartì di corsa per cercare nuovi effluvi. Alcibiade rassettò il pennuto e lo mostrò al bimbo dicendo: “Vedi, la caccia al beccaccino è un arte. Pochi la comprendono e l’apprezzano ed ancor meno la amano così tanto da farne l’unica motivazione per le loro uscite in campagna. Solo i grandi cani possono cacciare l’astuto beccaccino, gli altri si devono accontentare della pernice o peggio del puzzolente e sguaiato fagiano. Duck caccia con eccellenza anche gli altri volatili ma ha una vera predilezione per il beccolungo. La sua caccia di ripiego è la quaglia. Quella piccola birba sembra un folletto, nelle paglie e nelle stoppie, ma Duck riesce sempre ad averne ragione, sfruttando il naso ed il mestiere. Un cane troppo giovane o inesperto si lascia gabbare, perché la quaglia striscia sotto le erbe e pedina nei cunicoli della paglia facendo perdere la pazienza e la traccia anche ai cani più nobili. Lui insiste e non molla la presa, finché la “ferma” e la mette alle strette, costringendola a palesarsi”. Il breton aveva percorso un lungo tratto e si era fermato a ridosso di un ciuffo di giunchiglia senza fare il minimo movimento e voltando la testa indietro, di quando in quando, come ad attendere l’arrivo dei rinforzi. Giunti sul posto, tre germani avevano spiccato il volo in verticale con un fragoroso “naach, naach, naach” di disappunto. Alcibiade tirò prima ad uno e poi all’altro e nonostante i pallini dell’otto riuscì a fermarli entrambi. Alle botte si sollevarono di colpo altri due branchetti di germani, poco distanti ; quello scampato dal trio si affrettò a ricongiungersi ai suoi simili e, dopo ampie volte nel firmamento mattutino, decise con loro di cercare altri lidi. Duck intanto era ritornato con il primo germano in bocca e lo aveva consegnato al padrone, dopo di che era andato a recuperare il secondo con la massima solerzia. Alcibiade era soddisfatto del lavoro del suo cane e Carletto era addirittura estasiato. Soppesava le due bestiole e guardava le differenze cromatiche tra il maschio e la femmina. Più che altro lo aveva attirato il candido anello intorno al collo ed il ricciolo delle penne caudali. Accortosi dell’emozione del bimbo, Alcibiade strappò il “ricciolo” dalla coda dello splendido maschio e lo fissò sul cappello del bimbo che, per la gioia, non smetteva di allisciare quelle penne e di rimirare il suo copricapo così arricchito da quel trofeo. Riposto tutto in un sacchetto e poi nella “ladra”, continuarono a camminare e dopo un po’ videro che Duck era nuovamente in ferma. Si appressarono con cautela e quando furono vicini si udì un fuggi-fuggi generale e diversi “sgneck” lanciati con stupore da un gruppetto di beccaccini che pigramente scavavano buche nella terra molle alla ricerca di lombrichi. Colti di sorpresa, i piccoli scolopacidi erano partiti sparpagliandosi a ventaglio ed offrendo così un difficilissimo bersaglio. L’omino non si scompose e lasciò andare due botte. Un beccaccino si appallottolò in volo e cadde stecchito; gli altri si allontanarono , ma, dopo alcuni metri, uno s’impennò e puntò verso lo zenit, arrivato poi alla fine della corsa, ripiegò le ali e cadde anch’esso. Alcibiade spiegò a Carletto che il primo animale aveva ricevuto i pallini in parti vitali ed era caduto subito, mentre il secondo era stato colpito sicuramente ai polmoni, per cui si era impennato cercando aria , ma poi aveva ceduto e abbandonate le forze era crollato. Carletto guardava quel lungo becco, come nella prima preda della mattina e solo ora osservava con attenzione quei piccoli forellini nella terra molle. Provò ad accomodare il becco sottile nei fori e vide che coincideva alla perfezione. Poi chiese ad Alcibiade come faceva il beccaccino a prendere i lombrichi e questi gli spiegò che lo scolopacide possiede l’ultima parte del becco mobile,come una piccola pinzetta, per cui, dopo aver sondato con cura, afferra la preda e la tira fuori dal terreno. Il bambino non smetteva più di fare domande e l’omino, paziente, non tralasciava di fornirgli spiegazioni ed impartirgli insegnamenti. Girarono per gli argini, le marcite, le risaie, videro mille ferme e mille riporti e il bimbo scoprì un universo sconosciuto ed apprese un infinità di cose nuove, poi, stanchi , appiccicati per il sudore e affamati come lupi, si avviarono a casa. Al rientro, Carletto era elettrico. Fece vedere alla mamma il cappello ornato con quel fantastico trofeo e raccontò le prodezze di Alcibiade e del formidabile Duck. L’omino, da canto suo regalò tutte le prede alla giovane donna spiegandogli come trattarle e come cucinarle. Il bimbo ringraziò e promise di fare il buono, non foss’altro per andare nuovamente a caccia con quella coppia insuperabile. Dal giorno Carletto mutò atteggiamento ed interessi. Solo i cani, la selvaggina, i campi attiravano il suo interesse ed i suoi studi , le altre cose , lo interessavano poco o punto. Smaniava per andare in marcita con Alcibiade e correva in strada, quando sentiva il rumore delle ruote sul selciato. Correva incontro all’omino ed al cane ed in cambio riceveva da entrambi un sacco di feste. Tempo dopo, sotto Natale, attendeva il grande momento per recarsi a Messa e poi, al rientro, aprire i pacchi dei regali. Svegliatosi presto e sbrigate le faccende di casa si avviò tranquillo per ascoltare la celebrazione per la Nascita del Creatore, in seguito , giunto nuovamente a casa, aprì i pacchi e sgranò gli occhi per i regali. Una cacciatora di fustagno, nuova di zecca, con un ampia “ladra” sulla schiena, così grande da contenere anche una lepre, senza il minimo ingombro; poi, un paio di stivaletti, alti, al ginocchio e due paia di calzettoni ed infine un paio di calzoni di velluto, luccicanti di riflessi e profumati. Il bimbo era seduto ad ammirare tutto quel ben di Dio, quando suonò il campanello. Corse ad aprire e con sua sorpresa vide quella ben nota faccia rubiconda che sorrideva ed al suo fianco un lindo e spazzolatissimo Duck. Il bimbo abbracciò entrambi e mostrò loro i regali. Fatti i convenevoli di rito e scambiati gli auguri anche con i genitori, l’omino posò una scatola traforata e traballante sul tavolo e disse: ”Tu sei il mio compagno di caccia e non è possibile che non abbia un dono importante da me. Anche il mio Duck sarà contento del regalo che sto per farti, perché sa che ne avrai la massima cura”. Detto questo porse il pacchetto al bimbo che con trepidazione lo aprì, e dopo averne osservato il contenuto, ammutolì. Poi si mise a tremare, due gocce gli solcarono il viso e gli occhi divennero sempre più acquosi, poi strillò, corse per tutta la stanza e balzò nuovamente davanti al tavolo ed alla scatola. Allungò le mani, trasse un piccolo batuffolo, lo rimirò con attenzione ed esclamò : “Ma è bellissimo. Ha le stesse macchie e lo stesso colore di Duck”. “Certo”, disse Alcibiade, “è il figliolo. Ho fatto accoppiare Duck con la cagna di un mio amico carissimo; grandissima cacciatrice di beccaccini. Pensa che lo scorso anno ha vinto diverse gare ed ha ricevuto anche un paio di premi per gli standard di razza. Oddio, per Duck non sarebbe abbastanza sufficiente, ma ‘vvia, ci si deve accontentare”. Carletto era ancora a bocca aperta e non osava chiedere, ma poi si buttò e disse:” Ma… è mio? Cioè. Lo posso tenere con me? Insomma…è il mio nuovo cane da caccia, tutto per me ?”. “Certamente” risposero in coro. “Allora lo chiamerò Lampo. Diventerà bravo e veloce come Duck; forse anche di più. ” Disse con sicurezza il bimbo. Subito dopo prese due pacchi e li porse all’omino il quale li scartò con viva apprensione. All’interno vi erano: una cartucciera in cuoio scuro, fiammante di fabbrica ed un cappello a tese larghe con tre penne di beccaccino assicurate alla fibbia che circondava la calotta. Il buon uomo si fece serio, trasse il fazzoletto, si asciugò il naso e poi gli occhi e disse con voce tremante: ”Io sono solo al mondo. Non ho parenti, anche se possiedo tanti cari amici. E’ la prima volta in tanti anni che ricevo un regalo così bello. Lo gradisco ancora di più perché vedo che mi è stato donato da gente sincera, che mi vuol bene e conosce la mia passione”. La cosa finì lì, perché i genitori di Carletto gli risposero che non era il caso di emozionarsi e dissero che loro avevano fatto volentieri quei regali seguendo le istruzioni impartitegli dal figliolo. L’omino si soffiò il naso un'altra volta, strinse le mani a tutti ed abbracciò radiante il bimbo. Poi istruì il ragazzo sull’addestramento e l’allevamento del cucciolo, brevemente e con due o tre concetti di base ed infine si accomiatò. Ogni mattina il piccolo apprendista si levava presto e portava Lampo a correre, poi lo spazzolava, provava a fargli eseguire il riporto, sperimentava il fiocchetto di lana e via di seguito in modo da renderlo il più perfetto possibile. Al ritorno da scuola, pranzava, svolgeva velocemente i compiti e via per i campi e di corsa alle marcite a sguazzare ed a correre, seminando il panico tra i selvatici. Lampo cresceva velocemente ed assomigliava sempre di più al padre, con quel fisico compatto, il torace possente, gli occhi vivaci, lo “stop” marcato e l’andatura rampante. Aveva un istinto innato ed una volontà incredibile. Riusciva a correre per ore senza accusare il benché minimo segno di stanchezza. La sera precedente l’apertura generale della caccia, non riusciva a tranquillizzarsi ed era preso dalla smania. La notte era interminabile; si rivoltava nel letto e, di tanto in tanto buttava un occhiata fuori a strologare il cielo stellato sbuffando e fremendo per l’attesa. Guardava la sveglia e dopo, impaziente si rituffava sul cuscino rigirandosi da un lato all’altro senza pace. Poi venne il gran giorno. Lampo emetteva dei sommessi mugolii, come se sapesse o quantomeno, come se intuisse un qualcosa. Il padroncino spense la sveglia molto prima che iniziasse a trillare; saltò giù dal letto, si sciacquò per bene e si vestì di tutto punto, si avviò all’uscio ed affacciatosi prese una lunga boccata d’aria, quasi a voler riempire i polmoni con quei momenti. Si segnò e udito il fischio del rubicondo Alcibiade si avviò verso il crocevia dove l’omino lo attendeva. Il mugolio insistente di Duck, che nel frattempo saltellava impaziente, uggiolando senza sosta, era l’unico suono che squarciava il silenzio della notte stellata. Si avviarono per la stradella grigia che conduceva nei campi. L’aria era frizzante e le ultime stelle della notte iniziavano a cedere il posto al chiarore dell’alba incipiente, mentre i versi delle nitticore e degli aironi già spezzavano il silenzio ed annunciavano un nuovo giorno. Il bimbo non stava nella pelle per quella nuova avventura e l’omino era impaziente di vedere nuovamente Duck all’opera. Sciolsero i cani e quelli partirono, in due direzioni diverse, correndo entrambi, 6
leggeri e veloci, come trasportati da un mezzo invisibile. Fecero lunghi giri alla ricerca degli effluvi, poi, ad un tratto Duck rallentò la corsa e scattò in ferma. Lampo, che arrivava al gran galoppo, puntò le zampe, diede una brusca rallentata e di scatto si mise in ferma, di consenso al padre. Vedere quei due piccoli cani, immobili come statue, con le zampe nell’acqua della marcita, fissi sull’obiettivo, era uno spettacolo unico per i padroni. I due ausiliari erano perfettamente sincronizzati. Duck, d’autorità teneva la ferma sul selvatico e Lampo, per non rovinare la fatica del padre stava immobile a diversi metri di distanza, aspirando con forza l’aria e fissando la direzione di provenienza dell’emanazione. Alcibiade e Carletto si avvicinarono circospetti , cercando di non sfiorare nemmeno le piante immerse nell’acqua, per fare meno rumore possibile. Arrivati a ridosso dei due cani decisero che era ora di provare a concludere a fecero un mezzo passo in più. A quel punto due dardi partirono sfrecciando verso l’alto in un turbinio di giravolte. Alcibiade che sapeva il fatto suo, indirizzò la Breda e colpì, prima il più lontano e immediatamente il più vicino. I cani scattarono all’unisono, ciascuno per suo conto e, di lì a poco, rientrarono, ognuno tenendo un fagotto che penzolava dalla bocca. Alcibiade era contento per la coppiola e Carletto era felice per il primo riporto di Lampo. Arrivati vicino, i due Breton deposero le loro prede, ma solo nelle mani dei legittimi proprietari. L’omino si volse verso il bimbo e gli disse : “Se non avessi visto io questa scena, avrei avuto difficoltà a credere che fosse vera. Duck è un gran campione ma questo cucciolone sembra aver preso il suo sangue ed il suo carattere. Non mi sbaglio se ti dico che diventerà anche lui un grandissimo cane da ferma per i beccaccini, non foss’altro per il suo padre e maestro e, in definitiva, anche grazie al suo giovane addestratore “. Carletto era chino verso il cane che gli leccava il viso e gli faceva le feste. Quello spettacolo l’aveva lasciato estasiato e non smetteva di accarezzare e lodare il suo magnifico ausiliare. Finiti i convenevoli ripartirono in silenzio con lo sciaquettìo dell’acqua che ritmava i loro passi cadenzati e si confondeva con i guazzi prepotenti dei due cani che, nel frattempo, avevano ripreso in pieno la loro attività. Giunti sul limitare di una pozza larga e profonda , circondata da cannicciole da un lato ed ornata dall’altro da una breve siepe di tamerici avvolte da rovi, videro che i cani arrivavano circospetti e poi si bloccavano contemporaneamente, come in catalessi. Di lì a poco cinque grassi germani si levarono pigri ed in colonna dall’acqua tranquilla e Alcibiade riuscì a bissare la coppiola precedente facendo saltare di gioia Carletto che non smetteva più di esultare e poi di abbracciare Lampo che ritornava, assieme a Duck, con un grosso fardello tra le fauci. I due Breton lavorarono così per tutto il giorno ed al rientro il carniere era più che mai pingue. Alcibiade era felice per l’andamento della giornata e per aver trovato un allievo così entusiasta e Carletto, dal canto suo, fantasticava mille altre avventure e chiedeva una quantità sorprendente di chiarimenti al maestro di caccia. Rientrando sedettero, per riposare un attimo, su un gruppo di pietre vicino ad un grosso albero e guardarono nuovamente il panorama. Tutt’intorno le pozze brulicavano di vita e gli abitanti di quei luoghi, sebbene stanchi e provati per il giorno trascorso , erano in piena frenesia per la ricerca di un giaciglio o per individuare il luogo per il pasto notturno. Alcibiade pensò al suo lavoro e raccontò i sacrifici fatti, ogni giorno, per tirare avanti e per continuare ad inseguire la sua passione e Carletto gli assicurò che avrebbe fatto di tutto per aiutarlo, quando sarebbe diventato più grande. Gli anni corsero veloci e le stagioni si susseguirono in un turbinio di vicende ed emozioni. Molte nuove albe videro assieme il vecchio ed il ragazzo e nel frattempo Carletto crebbe ed iniziò ad affiancare il padre negli affari. La ditta prosperava ed intanto gli acciacchi del tempo si facevano sentire nell’omino del ghiaccio, a causa dell’umido e del gelo assorbito per tanti anni. Un brutto giorno Alcibiade comunicò a Carletto che non poteva recarsi con lui a caccia la domenica dell’apertura, perché il lavoro era diminuito e non aveva nemmeno i soldi per comprarsi il cibo per lui, Duck e la vecchia Brumilde. Lo disse con gli occhi umidi di lacrime e con parole pesanti come blocchi di pietra. Carletto lo guardò commosso ed anche divertito e disse: ” So bene che ora che son cresciuto ti vuoi liberare di me, ma non ti sarà così facile. Abbiamo passato l’estate, senza dirti nulla, per aggiustare la casa del fattore giù al podere nuovo e, siccome c’è -la casa del fattore-, ma non abbiamo il –fattore-, abbiamo anche stabilito di assumerti a paga fissa per condurre il podere, così Duck avrà di che scorazzare e Brumilde potrà galoppare per distendere i muscoli e mangiare un pò di buona melica, al posto del fienaccio secco che gli propini tu ogni giorno”. Alcibiade rimase senza parole e non sapeva cosa rispondere. Guardò Carletto e disse :” Come farò a compensarvi?”. E quello di rimando” Non pensare come farai tu, pensa invece come farò io a compensarti per le cose che mi hai insegnato, per gli anni che hai impegnato a spiegarmele e per il dono che mi facesti il giorno che mi regalasti Lampo”. Il giorno dell’apertura Carletto arrivò al podere nuovo che era ancora buio e vide la luce accesa. Si avvicinò. La porta era aperta ed una grossa scodella di caffelatte fumava su un capo della tavola, mentre dall’altro capo Alcibiade era intento a gettare grossi pezzi di pane nella sua tazza. Duck venne incontro al giovanotto e gli fece le feste. I segni del pelo biancastro sulle sopracciglia e sul muso indicavano un’ età gloriosa per un cane da caccia, ma la volontà era quella dei vecchi tempi. Dopo colazione si alzarono e presero la via del grande acquitrino . Quando arrivarono sul posto il sole già occhieggiava sul limitare dell’orizzonte e la nebbiolina tirata su dal caldo della notte saliva lentamente in alto tracciando dei percorsi sinuosi, simili ad anguille in arrampicata. Sedettero insieme ad ammirare il panorama e Carletto disse : “ Ho visto mille volte questi luoghi ed altrettante volte rimango senza fiato”. E Alcibiade “ Per noi che conosciamo ed amiamo queste paludi, ogni giorno è assolutamente nuovo ed ogni istante vi è un altro insegnamento da apprendere. Se penso a cinquant’anni fa, quand’ero bambino, mi ritornano in mente tutte le emozioni che ho provato. Quanto tempo è passato da allora e come sono invecchiato. Piuttosto, ora anche la Brumilde è in pensione. Lo sai che portandola a spasso nel podere l’altro ieri ho trovato un “passaggio” di colombacci in un boschetto di querce?”. Alcibiade sembrava rinato, con l’aria spirilla e gioviale di un giovanotto. Aveva acceso il suo puzzolentissimo mezzo Toscano facendo indietreggiare Duck che lo osservava torcendo il muso. Gli anni erano volati, ma non invano. Le lunghe camminate nelle marcite e le albe piene di nebbia erano la cornice di un grande quadro che Carletto aveva nel cuore. Tanti insegnamenti ed altrettante esperienze l’avevano aiutato a crescere. La sua bontà d’animo e la gratitudine che provava erano servite a farlo diventare il bastone della vecchiaia per quel povero ma felice vecchio, oramai non più solo . Quella sera famosa, la mamma, nella disperazione trovò la strada per il figlio e gli regalò uno splendido futuro. Il ragazzo aveva avuto un dono ed una guida e ascoltando il suo istinto aveva scoperto le gioie che portano le cose semplici e quotidiane, le tradizioni della gente comune. Carletto guardava Alcibiade sorridendo e pensava al giorno che lo conobbe, sotto le minacce della mamma che gli aveva promesso uno “spauracchio” ed alla prima giornata passata in acquitrino con il giovanissimo e forte Duck e con il non più giovane omino del ghiaccio, a ciò che aveva appreso ed a ciò che ancora doveva apprendere. Ma era sereno, mentre scrutava il cielo crepuscolare e pensava alla recente scoperta del “passaggio “ dei colombacci nel podere nuovo. Un giovane ed un ragazzo, l’esperienza e la saggezza, unite alla forza ed alla fiducia nel futuro, proprio all’inizio di una nuova stagione di caccia ed all’alba di un nuovo capitolo della vita.

Autore: Luca Davide Enna

Tre giorni. Tre giorni di seguito nuovamente appostato dietro quelle rocce, ma niente. Non spuntava fuori nemmeno per scherzo; era troppo furba, anche per lui. “Papà, che facciamo se esce fuori?” disse Ciccillo, e Peppeniello, di rimando “ ‘A ‘nguaiamme !”. Giusto, la voleva proprio mettere nei guai, quella dannatissima scostumata. Oramai era una specie di regolamento di conti personale. Ciccillo comprendeva l’accanimento del padre, perché anche lui aveva visto lo sfacelo causato da quella manigolda, ma iniziava a stancarsi di ritornare, tutti i giorni, dietro quelle rocce per tendere un agguato. Secondo Peppeniello, le tracce portavano proprio in quel posto, infatti, davanti all’ingresso della tana c’erano piume di pollo, a mucchietti, che incastravano la ladra. Bisogna ammettere che aveva prove schiaccianti, soprattutto, dopo la baraonda causata all’interno del pollaio. Le galline, terrorizzate, non scendevano dai trespoli nemmeno a mangiare e, per terra, una gran quantità di uova e gusci formavano una frittata abbastanza grande da sfamare una banda musicale. Stavolta l’aveva fatta grossa, era proprio il caso di dirlo. Filumena non era nuova a queste imprese, anche se solitamente si limitava a piccoli e mirati furti, tali da non destare eccessivi sospetti, o almeno da non alimentare ulteriormente le ire degli inconsapevoli ospiti. Giuseppe, o Peppeniello, per la famiglia, l’aveva chiamata Filumena, in quanto gli ricordava il titolo di una famosa commedia di De Filippo, poi, se era una Martora e non una Maturano, a lui importava poco. Filumena era una Martora speciale; come la povera donna della commedia aveva una prole a cui teneva e si arrabattava per tirare a campare, anche se, a differenza della signora, non voleva sposarsi con nessun Dumminicu. Filumena era astuta, ma volubile, altera, indisciplinata, insomma emotivamente instabile, come tutte le martore. Ciò che la rendeva antipatica agli occhi di Peppeniello, era la sua innata attitudine al furto con scasso o con destrezza. La piccola nottambula si aggirava presso le aie in cerca di qualcosa da sgraffignare e riusciva sempre nell’intento di recuperare un po' di roba commestibile. Le massaie non gradivano queste visite di “cortesia” e sobillavano i mariti, incitandoli alla vendetta. Simpaticissime persone, traboccanti di derrate alimentari, tanto da farle guastare, gettavano via quintali di frutta, farina, uova, che, a furia di stare stipate, marcivano, ma guai se qualche estraneo perpetrava un furto! In tal caso, si sentivano in diritto di vendicarsi, senza pietà. I campi nei dintorni pullulavano di selvatici ed i pollai erano talmente pieni che non si sapeva più come sistemare le galline o dove vendere le uova, tant’è che spesso gran parte delle provviste finiva a concimare gli orti o ad ingrassare i già fin troppo pingui maiali. Peppeniello, solitamente, era un uomo riflessivo, ma la nenia della moglie, ripetuta ogni sera e quelle lamentele con la vocina stridula e petulante che gli martellavano il cervello, gli facevano uscire il fumo dalle orecchie, perciò: o cacciava Rosalina, la moglie, oppure cacciava Filumena. Il figlio, Francesco, che lui chiamava affettuosamente “Ciccillo”, condivideva in pieno la filippica privata tra il padre e la Martora, tanto da farsi suggeritore, sostenitore e stratega, pur di aiutarlo a vincere quella tenzone. La mattina avevano preparato tutto con cura. Davanti all’uscita, alla base di un albero con il tronco cavo, avevano collocato una gallina uccisa da poco, poi si erano spostati di una decina di metri ed avevano atteso. Niente da fare. Aspettarono per ore, ma la martora non si palesò. La manigolda non si fece vedere nemmeno per idea, ma quella notte accadde un fatto straordinario. Peppeniello si agitava nel letto, in preda agli incubi. Sognò di stare a tavola, in un giorno di festa e di apprestarsi a tagliare un bel cappone arrosto. Quando stava per affondare la forchetta, una furia si abbatté sul tavolo; arrivò Filumena, acchiappò il cappone fumante e poi saltò dalla finestra. Era turbato per quella visione e la mattina si svegliò con due occhiaie nere come quelle di un pugile suonato. Non ne poteva più. Desiderava metter fine a quell’inutile rappresaglia, perché preferiva andare a tirare ai rigogoli, sotto i ciliegi, o ai colombacci, presso le querce, piuttosto che perder tempo dietro una roccia e davanti ad un prato. La giornata non era iniziata nel migliore dei modi; ad una certa ora, Rosalina era rientrata a casa e si era fiondata nell’orto. “Peppeniieeeeeeeee! Peppeniellooooo; vien’accààààà”, aveva strillato sgolandosi. Il marito era corso come poteva .”Che c’è? Ch’è suciess?” aveva risposto. “Chella scustumata ‘e Filumena s’è pigliata ‘e picciune e cummara Felicita” disse la moglie. Lui, sgranando gli occhi “ ‘O vero ‘e pccune? E comm’ha fatt?”, e lei “ Nunn’oo saccio. Cummara Felicita m’haa ritto e ‘i l’aggio ritt’ che l’avimme a fa passà nù uaio a chilla là”. “Papà, mammà. Ma come ve lo devo dire che se parlate in dialetto non vi si capisce? Fatelo almeno, per gli extra-borbonici”, disse Ciccillo. “E’ vero fgo mo.Questa volta abbiamo sbagliato e ci scusiamo”. E ripresero a dialogare nella lingua corrente. “Insomma, si può sapere cos’è capitato?” disse Ciccillo. “ Filumena è stata nel pollaio di comare Felicita ed ha preso alcuni piccioni” disse il padre, “e mammà, vuole che le facciamo passare un guaio, non a comare, ma a quella scostumata di una martora”. Il padre si sedette, sudava come un cammello, perciò la moglie si avvicinò e disse “ Si può sapere cos’hai, Peppeniè?” e lui: ” Stanotte ho fatto un sogno e mi sento sconvolto”. E raccontò tutto l’accaduto. La moglie prese carta e penna e si fiondò in casa della comare. Dopo una mezz’ora ritornò tutta felice e porse il foglio al marito dicendo: ”Noi siamo persone oneste ma…povere! Lo sai questo. Comare Felicita conosce la smorfia a memoria; le ho raccontato quello che hai sognato e mi ha dato questi appunti. Ma prima ascoltami che ti spiego tutto. Eravamo seduti davanti alla tavola apparecchiata vero?Bene. Ottantadue, ‘A tavula ‘mbandita (La tavola imbandita). Tu eri seduto a capotavola? Allora ,ecco cosa vuol dire: Sessantuno, O’ cacciatore (Il cacciatore) . Poi è arrivata la ladra; quindi: Settantanove,’O Mariuolo (Il ladro), ed a quel punto siamo rimasti senza parole; dunque : Settantadue ‘A maraviglia (Lo stupore) ed infine, la manigolda è scappata, Diciassette, ‘A martura (La martora)” Rimasero a bocca aperta come tre babbioni. Peppeniello infilò una giacca e corse a perdifiato in città a cercare un banco-lotto, poi, presa la cedola della giocata, si avviò verso casa con la testa che gli scoppiava. Arrivato a destinazione mangiò un brodino di verdura, si mise al letto con la febbre e rimase lì, tutto il giorno e tutta la notte, perseguitato dalle visite di Filumena che piombava sulla tavola e scappava con il pollo. La mattina seguente, dopo aver inzuppato il letto di sudore, si lavò ed uscì di casa per ritornare al banco e controllare la giocata. Ruota di N.: 82-61-79-72-17 …Cinquina! Chiese al gestore se era tutto corretto e quello, dopo aver letto attentamente, si mise a sedere e subito tolse una bottiglia e due bicchieri da sotto il bancone e li posò tremante. “Sono quindici anni che lavoro qui, ma non avevo mai visto una cinquina secca. E’ incredibile. Ma, vi rendete conto che cosa vuol dire?” Quello lo guardò, sollevò il bicchiere e tracannò d’un fiato il vinello che il gestore teneva nascosto per le emergenze:” Veramente, non saprei. Gioco raramente. Stavolta mia moglie ha tanto insistito, anche se per me era una follia gettare questi soldi, con la miseria che abbiamo”. L’uomo dietro il banco lo osservò sorridendo e disse:” Sono contento che sia capitato a voi, perché da oggi non saprete più che cos’è la miseria”. Peppeniello ringraziò, baciò le mani dell’impiegato, pianse e poi scappò via. Corse a perdifiato e arrivò a casa balbettando. Raccontò tutto alla moglie e quella svenne prima di aver sentito la fine. Come poteva, la aiutò a rialzarsi, poi si avviò da comare Felicita, acquistò un pollo, lo cucinò per bene, lo infiocchettò e si recò con il figlio verso le rocce di Filumena. Depose il cappone davanti alla tana ed andò via. Non ritornò più a cercare la Martora e non ebbe problemi economici. Poté tornare a trastullarsi con i rigogoli e i colombacci ed ogni volta che la comare andava a raccontargli di una visita della martora e della scomparsa di uno o due polli, lui la faceva andare nel pollaio a scegliersi quelli che voleva e si metteva a ridere, pensando al regalo di Filumena.

Autore: Luca Davide Enna
LA SMORFIA NAPOLETANA : 82, ‘A tavula ‘mbandita (La tavola imbandita); 79, 'O Mariuolo (Il ladro); 61, O’ cacciatore (Il cacciatore); 72 , ‘A maraviglia (Lo stupore); 17, ‘A martura (La martora)

Era lì che guardava incredulo, dal sommo della collina tra il bosco di sughere e le macchie scure del lentischio, non sembravano passati tanti anni ma solo un attimo e con la mente ritornava al passato. Quella mattina Barore si era alzato presto, come sempre, la pioggia era cessata da alcuni giorni e la terra era grassa e pronta per essere arata, ma in quel momento lo sguardo si era perso nel fondo della valle, ad inseguire un merlo che chioccolando rientrava nel fitto di un costone boscoso. Si voltò e lanciò un’ occhiata verso l’amico, anch’egli con il fucile imbracciato che, in silenzio, ammirava quello spettacolo e seguiva i cani con lo sguardo. Gli anni di colpo balzarono indietro e si ritrovò con le scarpacce vecchie e gli abiti logori a vent’anni, quando credeva di poter essere immortale e di avere il mondo tra le mani. Quello stesso mondo, che lo aveva scacciato dalla sua terra con forza e lo sbatteva tra i palazzi di una metropoli a respirare lo smog e guardare intontito i passanti che , increduli, a loro volta lo sfioravano nel loro moto perpetuo e sgomitando sghignazzavano dicendosi l’un l’altro :”L’è un terù”, sicuri del fatto che il giovanotto fosse piovuto lì da un momento all’altro da chissà quale remoto sobborgo di campagna . La terra ce l’aveva nelle scarpe ma, se vogliamo, anche nel cervello , perché per lui la terra era linfa vitale e speranza per il futuro , anche se quella terra lo aveva cacciato via. Una stagione infame: i raccolti rovinati , i creditori che bussano alla porta ed il fallimento di una vita di sacrifici. Poi una nuova speranza , il viaggio in nave , sballottato dalle onde, poi quello in treno, accasciato sui duri sedili di legno , come un cencio. Alla stazione, la ressa, gli scambi di convenevoli degli altri passeggeri che scendevano, lo sguardo perso tra la folla e l’impressione per tutto ciò che sembrava grande, sconosciuto, terrificante. Poi lo sguardo amico di colui che aveva avuto il coraggio di intraprendere il viaggio un paio di anni prima. Lo scambio di saluti, i complimenti per la forma fisica, i vestiti eleganti e lo stato di salute, ma dietro, il vuoto della solitudine interiore, il rimpianto per quella terra maledetta che anni prima aveva tradito anche l’amico, pure lui innamorato della sua campagna. Il lavoro in azienda paga bene, anche se la vita è monotona e le luci degli uffici sostituiscono quella del sole facendoti piombare in una sorta di catalessi vigile . Giorni , settimane, anni, sempre con gli stessi ritmi e sempre con gli stessi gesti Barore srotolava il nastro della sua vita senza curarsi più di ciò che gli piaceva e di quello che non gli andava proprio. Per chi è nato in città è semplice ma chi ha assaporato l’aglio selvatico , le more o il pirastru ( le pere selvatiche) maturo, è tutto un altro mondo. Dopo alcuni anni aveva raggiunto una buona posizione sociale e, in ditta, godeva del rispetto dei colleghi e della stima dei superiori, ma questo non serviva a rendergli la vita più facile. Chi nasce sulla terra è lì che vuole tornare. Per chi è nato in campagna, anche i gesti più piccoli hanno un forte significato. La sera, al rientro, Barore guardava il cielo e scrutava le stelle. Le nuvole o il cielo nitido gli avrebbero predetto come sarebbe stato l’indomani. D’autunno poi, i primi zirli facevano capire, quanto le foglie gialle, che la natura si preparava ad accogliere nuovi ospiti con la valigia sotto l’ala. Un contadino appassionato di caccia sa bene che in ottobre, oltre a ispezionare il mosto, conservare i fichi secchi, controllare le provviste dei meloni ed accatastare la legna e le vecchie balle di fieno, inservibili per gli animali , ma ancora utili per il camino, vi è un ondata di nuovi arrivi che preannuncia una stagione venatoria felice. Girando per i mais tagliati, dopo le prime piogge, trovava gli scavi dei conigli e negli spiazzi le grattatine delle lepri. Allora scendeva verso i canaletti e da lì partivano come saette i beccaccini e, dalle pozze, si alzavano pigri i germani o fulminee e silenziose le alzavole. Nei canneti echeggiavano i richiami garruli delle gallinelle o il trombettio delle folaghe. Ad un tratto, il silenzio era rotto dallo strillo acuto e chiassoso dei porciglioni, i piccoli rallidi il cui nome è quanto mai azzeccato perché il loro grido assomiglia a quello di un porcellino. Risalendo dai rigagnoli e dalle pozze, sul sommo, guardava lontano, verso il bosco scuro e le querce e pensava che di lì a poco le beccacce avrebbero trovato degna ospitalità e stabilito la loro invernale dimora. Tutto questo d’improvviso era divenuto lontano. Ora il tempo era occupato solo dal lavoro, dalle vendite, dai contatti con i clienti e dai nuovi contratti stipulati. La sera rientrava a casa, al decimo piano di un palazzo, in un appartamento di sessanta metri quadrati, quanto gli era più che sufficiente per vivere. Poi la tv, una cena frugale ed a letto. I ritmi della metropoli non ammettono il riposo. Tante volte il sonno tardava ad arrivare per cui, con il viso rivolto al soffitto pensava alla sua terra , ai suoi campi, ai merli chioccolanti ed ai conigli “argentati” dalla luce del sole. Pensava alla volta che sparando ad una beccaccia aveva fatto scappare un verro da un macchione ed una “compagnia” in battuta poco più distante lo aveva abbattuto ed aveva invitato Lui, il salvatore di una giornata persa , a pranzo. Quel vecchio ed inafferrabile verro aveva “saltato” le poste ed era sfuggito alla cattura. La battuta in zona era stata organizzata, come spesso capita, per fare un favore ad un pastore del luogo, in quanto il vecchio solengo aveva preso l’abitudine di cibarsi degli agnelli neonati e, più di una volta, aveva aggredito la pecora partoriente uccidendola per nutrirsi della placenta e delle interiora. I branchi di cinghiali, come ben sapeva Barore, stanno spesso nei pressi degli ovili, anche perché molti pastori, oltre alle pecore, allevano alcuni maiali per la provvista domestica della carne. Normalmente gli assalti alle pecore non sono frequentissimi, ma quando alcune bestie prendono l’abitudine di cibarsi degli ovini, possono provocare danni ingenti. In una sorta di mutuo soccorso, i componenti delle compagnie di Caccia grossa “aiutano” il pastore a catturare la bestia pericolosa e lui organizza un pranzo in loro onore. Ma lì era tutto diverso. Tra quelle quattro mura quei ricordi correvano sbiaditi, come nuvole dense di fumo, anche se la loro presenza era attuale. Tante volte, l’unica consolazione la sera tardi era quella di far volare il pensiero oltre le mura e proiettarsi nei ricordi. Qualche volta l’amico e compagno di caccia arrivava a cena ed allora i ricordi aumentavano e le lunghe chiacchierate li portavano lì, sul limitare del bosco o al bordo dei canali, ad inseguire le saette alate, oppure lungo i filari di rovo ad ascoltare in silenzio la canizza sempre più forte che faceva presagire, da un momento all’altro, lo schizzo di un coniglio. Ed entrambi ripensavano ai cani e ripercorrevano le singole storie. Il ricordo di quel cucciolo bastardo, le sue prime esperienze con i cani già addestrati, la volta che il coniglio gli si era sbattuto sul muso, la prima preda e così via. L’arrivo del nuovo Bracco o del piccolo Setter. Le speranze per la riuscita del nuovo acquisto, il primo riporto di uno straccio con applicate un paio di vecchie ali di beccaccia. La prima ferma, lo scovo delle pernici, le arrampicate sulle rocce e tra le spine, con il caldo e il solleone per cercare di ribattere la “volata”. Tutto questo non c’era più ed i ricordi scavavano dentro l’anima e lasciavano i due amici con l’amaro in bocca. Quando uscivano per cenare fuori, ciascuno rientrava a testa bassa. Allargavano il nodo della cravatta, ufficialmente per rilassarsi e mangiare meglio, in realtà, per fermare quel maledetto groppo in gola che li attanagliava ogni giorno, ogni istante di più. La solitudine sistematica e la tristezza interiore non possono essere compensate dagli abiti eleganti e da una vita agiata, per cui un giorno Barore prese la decisone, radunò le sue cose , fece alcuni acquisti e riprese la via di casa, ma prima passò dall’amico per avvisarlo e quello, più pazzo e squilibrato di lui e con il cervello pieno di grassa e concimata terra, lo seguì. Lasciare una vita sicura per un avvenire incerto è una follia e solo un folle o una persona pazzamente innamorata delle proprie radici può farlo. La terra è, a volte prodiga ed altre avara e senza pietà. Un’annata malevola può rovinare anche il più ricco proprietario terriero . Il tempo non segue le indicazioni dell’uomo, perciò i contadini maledicono la pioggia perché rovina il loro raccolto e maledicono l’arsura perché rovina la crescita delle nuove piante. E poi i contadini maledicono la grandine, il gelo, la neve, la brina ed ogni cosa che la natura elargisce, senza curasi, Ella, dell’umano consorzio. Il tempo fa da se e le stagioni si susseguono mentre il calendario srotola il nastro dei giorni, infischiandosene di ciò che dicono gli esperti meteorologi, anzi, spesso la natura fa le bizze e si impunta come un mulo dispettoso, insensibile ai “sacramenti” inviati al suo indirizzo e consapevole che l’uomo, per sua indole, è lestro a stancarsi. Tant’ è oramai la scelta era fatta ed il rientro già programmato. Ognuno è artefice del suo destino, anche chi sceglie di scambiare il certo per l’imponderabile. Arrivati al paese, dopo un viaggio massacrante e senza illusioni per la vita che li aspettava, andarono ciascuno a casa sua, con la promessa di ritrovarsi l’indomani, per fare un giro in campagna. Il primo giorno era di riposo assoluto e per inaugurare una nuova stagione della vita si era deciso, di comune accordo, di iniziare con una battuta di caccia, visto che il momento era propizio e visto che alla metà di novembre, quell’anno, la terra emanava un profumo speciale che sembrava promettere mille gioie. Negli anni precedenti Barore non aveva perso i contatti ed un caro amico gli teneva i cani. Certo, dopo tanto tempo i suoi cani non c’erano più, ma la fortuna aveva voluto che il suo amico, appassionato quanto lui, avesse serbato con cura le linee di sangue dei cani puri ed accoppiato meticolosamente anche i meticci, per cui gli fu facile avere in prestito due validi ausiliari adulti , al massimo della forma e, grazie all’amico, anche all’apice del loro rendimento. Il merlo che aveva visto poco prima era entrato in un bosco fitto e lui, d’istinto, si era guardato le scarpe, per accertarsi che il tempo non era trascorso affatto. Gli scarponi nuovi, costruiti in “continente”, lo riportavano alla realtà. Aveva il doppio degli anni ma il bosco, la terra , il cielo erano sempre uguali. Gli occhi avevano fissato nella mente quelle immagini ed ora le riportavano, pari - pari, quasi si fossero allontanati solo per un attimo. Il fanciullo che comanda i nostri sentimenti più innocenti lo fece chinare e prendere una manciata di terra umida, sollevare la mano e guardarla da vicino, annusarla e gioire di quel profumo e pensare all’aratura, quando il babbo passava il vomere per rompere quelle zolle così morbide per la pioggia ed alla fragranza della terra arata ed al profumo dell’aratro mentre rivoltava tutto ed agli uccelli che seguivano quei movimenti e quelle cadenze. Poi guardando più in basso scorse l’amico che , fermo come un sasso, contemplava la valle e si chinava a cogliere la terra, quasi avesse lo stesso impertinente fanciullo nell’animo. “Cosa fai? Nostalgia? Adesso siamo qui! Cerca di darti una mossa e fai entrare i cani nel fitto. Anni fa , in questo periodo, era uno dei primi posti dove trovavamo le beccacce. Ti ricordi?” Sì , sì , caro Barore, si ricorda, ma adesso dovevi stare zitto, perché i cani sono in ferma e davanti a loro una beccaccia si è alzata maestosa, non ha retto, così come il tuo amico non ha retto per la felicità e prende la mira, spara e fallisce, una, due volte a la regina curva e ripiega verso il bosco e tu spari , la sbagli e gli gridi. “Ma sei un pollo, ti hai “padellato” una beccaccia grande come una casa”. Ti fermi, fissi lo sguardo e ti rendi conto che il tuo amico piange per l’emozione e per la gioia di rivivere nei luoghi dov’è nato e le lacrime, si sa, fanno spesso fallire il tiro. E lui si volta, ti guarda . “E tu allora”?, Non hai nemmeno la scusa dell’ effetto–sorpresa , dal momento che io avevo già sparato e tuavevi campo libero” . Poi ti guarda, ride, tu ti asciughi gli occhi . “Siamo a casa”. “La prossima non la sbaglio nemmeno a fucile scarico”. E si ricomincia da dove ci si era 5
fermati, venti anni prima, con il profumo dell’aratro che sale piano e le stagioni che si alternano in quell’eterno affannarsi e rincorrersi , con il fanciullo che scalcia dentro di noi , con il corpo che invecchia e con la mente che ci riporta i nostri ricordi.

Autore: Luca Davide Enna

Solitamente stava acciottolato davanti alla porticina della sagrestia, sul limitare dell’orto della Canonica. Più che altro sembrava un sacco accartocciato o, al massimo, un “collo di volpe” un po’ troppo grande. Per lo meno poteva essere un incrocio con un ghiro, anche se il Don, lo dava per puro. Certo che, per essere un can-ghiro le caratteristiche le aveva tutte, almeno per quanto riguarda il sonno e l’abitudine di sotterrare le provviste. Fosse stato per il proprietario avrebbe preferito un can-guro, se non altro avrebbe avuto noie con i salti, ma solo con quelli... Quando si svegliava poi, gli pigliava la smania di nascondere qualunque cosa potesse fungere da provvista. Pane, carne, scorze e spesso anche selvatici. Padre Cleto alle volte era sul punto di “dar di matto”. Lo guardava, rigirava gli occhi al cielo e diceva: ”Mio buon Signore. Quali mai saranno le mie colpe, che mi hai affibbiato un cane così folle? Va bene l’estro dell’artista, ma qui si rischia di condurmi a perdere il lume della ragione. Qualche giorno quel cane, mi farà uscir di senno con le sue stravaganze. Non potevi farlo piovere a casa di frate Mauro, che ha il miglior Bracco della Diocesi e lui, invece, non distingue un frullino da un croccolone?”. Poi ci rideva sopra. In fondo sapeva che Napo era un ottimo cane da ferma, con un istinto innato ed una ferma solidissima. La passione per le beccacce e le pernici poi facevano il resto. La genealogia? Se si fosse dovuto “studiare” quand’era acciottolato nella polvere si sarebbe trovato da ridire, ma quando si alzava e si stiracchiava raggiungeva l’apice della signorilità e della bellezza. Un Irlandese. Irish setter lo chiamano da quelle parti, sì, in Gran Bretagna, la patria di Laverack e Llevellin. Certo la stirpe degli inglesi era più rinomata, ma l’eleganza e la maestosità di un Irlandese quando guida e poi, solido ferma il selvatico… Solo gli appassionati possono comprendere cosa provava padre Cleto. L’aveva chiamato Napoleone, Napo, quando aveva fretta. La cosa era nata così. Un bel giorno, avuto in dono il canino da un caro amico non sapeva che nome appioppargli. In quel momento stava leggendo un testo e trovò un passo nel quale si narrava di Napoleone Bonaparte, del suo anticlericalismo, e della diffidenza verso la Chiesa e le gerarchie ecclesiastiche. Infuriato disse fra sè: “ Se lui si è permesso di offendere la mia Fede in modo così ignobile, merita che il suo nome sia adoperato per chiamare un cane”. Ogni volta che qualche nuovo parrocchiano chiedeva spiegazioni sul nome del cane, la risposta era sempre quella, inequivocabilmente. Forse Napo aveva anche la follia dell’imperatore, perché tante volte partiva, sordo al richiamo, con una cosa in bocca, alla ricerca del posto sicuro dove nasconderla e così scavava buche qui e lì per l’orto, per la disperazione di padre Cleto che più di una volta vedeva scalzate le piantine di lattuga o di altri ortaggi. Padre Cleto, poi, non è che si chiamasse proprio Cleto, anche quello era un diminutivo del nome. Era originario del paesello della Canonica e da bambino era una vera birba. Dopo la conversione sperava di cambiar nome, ma il giorno della Consacrazione ebbe la felice sorpresa di scoprire che il Vescovo trovava serio e penitenziale il suo, Anacleto, perciò aveva deciso di non mutarlo, come spesso si usa in quei frangenti e fu così che si trovò costretto a tenerlo per omnia saecula saeculorum. Al ritorno in paese, dopo diversi anni, la gente continuava a chiamarlo con il diminutivo che usavano i fratelli e la mamma, per cui, padre Anacleto rimase per tutti padre Cleto. Nel paesello gli volevano bene, anche se da bambino aveva combinato alcune marachelle degne di entrare negli “annales ” della storia locale; come quella volta dello scherzo al Griso. Il Griso era il capo-muta della squadra dei cani da lepre più nota dei dintorni. Un simpatico segugio a pelo duro, fulvo, di proprietà di Nicola, un caro amico di Matteo, il babbo di Cleto. Ogni volta che Nicola tirava giù qualche bicchierino di troppo, iniziava con i panegirici del Griso. “Il mio cane è il migliore. Segue le peste della lepre come nessun altro. Riuscirebbe a scovarla anche se si mettesse sotto terra. Per la volpe poi… non perdona! Gli si attacca alla coda e non la molla nemmeno se finisce in capo al mondo, fin quando lei decide di rientrare per farsi ammazzare, solo per levarselo di torno. Un fagelo d Dio Ecco perché l’ho chiamato Griso. Pare uno dei bravi di Don Rodrigo. Combatte come un leone e vince sempre, con ogni cane, anche se quello è grande come un cavallo”. I bimbetti sentivano queste storie mentre rientravano a casa e facevano crocicchio per ascoltare Nicola che esternava quanto gli stava in petto. Un bel giorno Cleto disse agli altri ragazzetti: “ Vi fo vedee io che spagheo fo prendere al Griso e a Nicola. Gli metto tanta fifa che a correre si caverà da solo la pelle”. Così detto, racimolò una pelle di volpe che il babbo aveva scuoiato il giorno prima e si preparò al misfatto. L’indomani, atteso che il babbo uscisse di casa, lo seguì di nascosto e quando vide che tutti erano appostati ed i cani pistavano alla grande, fece un giro e con uno stratagemma si portò a ridosso del Griso e lo chiamò. Quello, che conosceva il piccino, gli fece festa tutto contento ed appena gli fu vicino fu un gioco da ragazzi acchiapparlo e assicurargli bene la pelle di volpe alla coda. Legò la stessa con una forcella e fece in modo che in un ramo vi fosse legata la coda della volpe e nell’altro dei campani di vacca. Fatto questo diede il via alle danze scacciando il Griso in malo modo sicché lui, cai, cai, partì filato nella macchia e per il bosco e si portò appresso la muta eccitata dallo scagno. Un finimondo, ci misero quasi una giornata per fermare i cani, finché il Griso, sanguinante e stremato ritornò verso casa e corse per la piazza del paese con i bimbi e la gente che ridevano e gli correvan dietro. L’arrivo dei componenti della squadra completò l’opera. Il manigoldo venne scoperto quasi subito a causa della pelle di volpe con un orecchio forato da un pallettone, il giorno prima proprio da Matteo e la punizione fu esemplare. Fischiarono le cinghiate per tutto il tragitto, fino a casa; poi Cleto fu costretto a pulire il canile di Nicola per un mese, con il compito doppiamente ingrato di nutrire i cani e portarli a spasso, a guinzaglio, nei giorni di “silenzio”. Ancora oggi se qualcuno vuol far diventar serio padre Cleto e poi vuol farlo sorridere, basta narrargli dello scherzo a Nicola ed al Griso per vederlo mutar volto. Nonostante quello ed altri episodi minori, i paesani erano affezionatissimi a padre Cleto e quando lui, alla fine delle sere di preghiera, si riuniva in crocicchio e raccontava le sue avventure o le follie di Napoleone, lo stavano tutti ad ascoltare volentieri cercando ognuno di dispensare consigli sull’addestramento o citando i vecchi esperti o addirittura i mostri sacri del dressaggio, da Laverack a Delfino. Ma non vi era nulla da fare. Un cane folle come quello era impossibile da domare. Si sperava solo di trovarlo in buona giornata e poi ci si affidava al buon Dio. Una mattina partì presto, perché un vecchio legnaiolo gli aveva detto che vi era stata una consistente entrata di beccacce la notte precedente e siccome proprio l’indomani aveva deciso di fare una capatina, sfruttò la dritta e si recò sul luogo indicato. Arrivato dopo alcune ore di cammino al fontanile di marmo si sedette, controllò che tutto fosse in ordine, bevve un paio di sorsi, fece abbeverare il cane e poi lo sciolse. Quello partì come una furia, come fosse stato inseguito da un orda di vespe impazzite. Padre Cleto, si alzò di scatto, si mise le mani nei capelli e pensò di avere trovato la giornata sbagliata, per cui, a testa bassa, aspettò che il cane rinsavisse e si sedette nuovamente sul bordo della vecchia fontana. Dopo una decina di minuti, il grosso campano appeso al collo di Napo si era messo a tacere, almeno cinquanta o più metri in basso . Sulle prime pensò ad una sosta “fisiologica” in seguito alla bevuta nella fontana, poi, dopo vari minuti di silenzio prese a scendere verso la “Reggia dei Brembani”. La reggia dei Brembani era chiamata così a causa delle persone che l’avevano costruita, provenienti dalla Val Brembana. Vennero lì tanti e tanti anni prima per cercar fortuna con il taglio della legna. Costruirono una casipola, tutto sommato carina , sulla costa di un gigantesco canalone di bosco, ai confini di un terreno in leggera pendenza. In paese, all’inizio, li guardavano con diffidenza, perché era gente che parlava poco e lavorava molto. Erano silenziosi e ancor meno confidenti. Se poi si doveva menar le mani, non si tiravano indietro. Alti come marcantoni e con quelle mani che sembravano incudini, erano capaci, con quattro sberle, di mettere a tacere anche il più energico dei provocatori. Perciò, un po’ per l’invidia ed un po’ per la mancanza di frequentazione, in paese, per diverso tempo li tennero a debita distanza. Si diceva che abitassero in una reggia, come fossero nobili , isolati dal mondo, e da lì nacque il nome della loro dimora. Come spesso accade, dopo un periodo più o meno lungo avevano finalmente stretto le loro amicizie e dal momento che erano burberi ma in fondo gran brave persone, erano stati accolti con affetto e si recavano con frequenza in paese, pur abitando sempre nella loro casa che tuttavia mantenne il suo nome originario. Passata la reggia dei Brembani ed arrivato alla siepe di confine Napo si arrestò immobile, fisso, con la pupilla dilatata e le narici a mantice, nell’atto di aspirare l’effluvio. Stette così un tempo immemorabile e poi iniziò lentissimamente a guidare nuovamente e giù lungo la costa verso il centro del canale; per un attimo ebbe un ulteriore rallentamento all’altezza del vecchio castagno , poi riprese con sicurezza e si fermò nei pressi della bicocca bruciata. A quel punto sembrò entrare in catalessi. Se il vecchio Nestore fosse stato lì davanti sarebbe rimasto a bocca aperta e con la pipa in mano ad ammirare la scena, come faceva spesso quando trovava qualcosa di veramente interessante. Il vecchio Nestore aveva consumato una vita alla bicocca e, dopo un tempo non indifferente impegnato a fare il carbonaio, aveva deciso di costruirsi una piccola casipola, bassa bassa, per riposarsi nei momenti di “stanca”. Un bel giorno, rientrato in paese per il gran freddo, aveva dimenticato il braciere acceso dentro la casetta e, com’è, come non è, un lapillo balzò sul pagliericcio che usava per riposare ed in poco tempo la casetta prese fuoco. Al suo ritorno, non si scompose più di tanto. Si fermò ad ammirare il disastro, cavò dalla tasca destra la pipa, da quella sinistra il tabacco ed iniziò a riempire, a bocca aperta. Dopo un po’, finita l’operazione, prese uno stantuffino, pigiò bene il tabacco, cavò un pezzo di carbone ancora ardente dalla casetta ormai bruciata, accese la pipa tirando grandi sbuffi grigi al cielo e disse: “Mah! Si vede che doveva andar così. Si vede proprio che devo rientrare a casa a riposare. Lo dice sempre mia moglie. E dire che più di una volta l’ho ripresa.” E da quel giorno, ogni volta, finito il lavoro, andava a riposare a casa, che poi era poco distante. In seguito ritornava sul luogo, controllava che tutto fosse in ordine, dava gli ultimi ritocchi alla carbonaia e poi faceva rientro per la sera. In quel momento il vecchio Nestore non era sul posto, altrimenti una fumata di pipa non gliel’avrebbe levata nessuno, per alcun motivo. Frattanto, una catasta di frasche con un intrico di rami ed edera sembrava attirare l’attenzione di Napo. Padre Cleto si diresse con circospezione verso quel punto, cercando di fare meno rumore possibile ma, arrivato ad una ventina di metri, notò che il cane aveva ripreso la guidata ed allora cercò di assecondarlo scendendo giù nella costa verso il bordo del fiume. Napo camminò circospetto, cercando di farsi più piccino, se era possibile. Il calcio della vecchia Bayard raschiava rovi e pruni e li spostava, spinto dal nervosismo e dall’ansia di padre Cleto. L’umidore dell’ambiente, il marciume delle foglie, per lo più attutivano i rumori, ma, la guazza era insopportabile, per cui , dopo quel non brevissimo tragitto , cane e padrone erano completamente bagnati fradici, ma questo non li spaventava affatto. Napo, saltato il tronco cavo era sceso più in basso, puntando diritto sulla “pozza di Carlino” e di lì si era acquattato lungo il bordo, seminascosto tra l’erba di fiume ed i cespugli della bordura, cercando di dare nell’occhio il meno possibile. La pozza di Carlino era costituita da un piccolo “largo” ad un certo punto del ruscello montano, ben noto a padre Cleto ed agli abitanti del paese, non solo per la pesca delle trote, ma anche perchè, un certo Carlino Petroni, figlio di un altro amico del babbo di padre Cleto, tale Amedeo Petroni, un bel giorno aveva combinato una marachella così grossa che per poco non finiva in tragedia. Tutto si era concluso per il meglio e quindi era rimasta la leggenda, in paese, ma lì per lì il fattaccio era proprio grosso. Carlino, vedendo che i grandi rientravano con delle belle trote pescate per lo più a lenza o sbarrando la pozza con una rete a sacco e poi recuperandone il contenuto, volle tentare l’impresa pensando che, se i pesci erano tramortiti, sarebbe stato più facile recuperarli. Fu così che si procurò un barattolo di solfato di rame, lo miscelò con un'altra porcheria e dopo avere accuratamente tappato la strettoia della pozza con alcuni rami rovesciò il tutto all’interno. L’acqua divenne verde, poi blu, poi azzurrina con riflessi metallici. Dopo un po’ iniziarono a salire a galla i pesci, le rane, le bisce d’acqua, le anguille, le tartarughe e quant’altro popolava quella pozza e gran tratto del fiume. Resosi conto dell’enormità del guaio fuggì e cercò di dare l’allarme ma per le tre capre di Vittorio, la mucca della Guendalina e ben nove delle oche di Giancarlo non ci fu niente da fare, vennero trovate lungo la pozza stecchite e secche come legni. Per giorni e giorni fu vietato alla popolazione di avvicinarsi al fiume e soprattutto a quel tratto ed a quella pozza, poi l’allarme rientrò e si potè ritornare. Carlino venne punito in maniera esemplare. La mattina doveva andare ad aiutare Vittorio a mungere le capre e portare il latte alla latteria. Poi si doveva recare a foraggiare le vacche ed i vitelli, ed immediatamente dopo si recava a nutrire le oche ed a cambiare loro l’acqua della tinozza. Una fatica sovrumana, ma se Carlino avesse dovuto considerare le diecimila cinghiate che gli aveva promesso il babbo se non avesse svolto quei compiti per due mesi, in fin dei conti quello era un peso sopportabilissimo. Napo intanto continuava a star fermo rimuginando sul da farsi, mentre padre Cleto gli stava d’appresso tallonandolo con circospezione. Davanti a loro la bordura delle tamerici nascondeva un tratto di fitti piantoni che sicuramente facevano da rifugio a qualcuno. Presa una decisione, Napo si avviò strisciando nell’acqua come un serpente, guardingo ma risoluto , finché, arrivato sull’altra sponda, senza nemmeno scrollarsi , si irrigidì, nuovamente in ferma, mentre tremava come una foglia a causa del liquido gelato ed il corpo evaporava per lo sbalzo di temperatura. Fece per muoversi e si udì come lo sbattere di un sacco ed un : “Ooooh!”, dietro di loro, nella costa da cui erano scesi. Frate Mauro, con due confratelli, non aveva resistito e,viste le prime mosse, dall’alto, aveva legato il suo Bracco e si era seduto , estasiato , ad ammirare quel cane cacciare come un grande campione. Il migliore. Aveva avvertito i suoi confratelli.: “Il primo che fiata o spara un colpo ad un palombaccio dovrà fare penitenza per un mese. E’ un peccato rovinare una cacciata così ”. Poi si era tradito lui stesso perché non riusciva a trattenere l’emozione per quella vista. Grande esperto ed appassionato di cani aveva un Bracco italiano di taglia leggera , considerato il migliore nei dintorni, ma davanti a quella scena era rimasto senza fiato ed aveva degradato, d’ufficio , il suo pur ottimo cane, al secondo o al terzo posto. Padre Cleto si voltò, vide gli spettatori, volse gli occhi a cielo, si asciugò la fronte e si preparò agli eventi, stringendo sempre più forte il calcio della Bayard. Napo riprese a guidare e dopo altri trenta metri si bloccò, come indeciso. Aveva una fitta siepe di pruni, salsapariglia e mirtilli davanti e per riuscire a proseguire doveva necessariamente aggirarla o passarci dentro, cosa non facile in entrambi i casi, perché: primo, la siepe era molto lunga, da un lato e dall’altro e secondo, era molto fitta, impenetrabile. Napo si guardò attorno, fece alcuni passi indietro, prese la rincorsa e saltò la siepe a piè pari, volando così alto che frate Mauro si lasciò scappare un : “O Signur!” e subito si segnò, credendo di aver commesso peccato. Padre Cleto sentì l’esclamazione, si volse, scambiò lo sguardo con il confratello, portò l’indice verso il naso e disse:”Ssssssssst!”, come a far capire che era il caso di fare silenzio assoluto. Nel frattempo Napo era arrivato a ridosso di un gruppetto di alberi giovani ed era rimasto in ferma secca, in completo silenzio, con il campano che aveva appena inviato l’ultimo sonoro eco nel bosco grondante d’umidore. Padre Cleto si appressò e nel farlo ruppe un rametto rinsecchito e questo bastò a far sì che un ombra si levasse fragorosamente da terra e cercasse di porsi tra il cane ed una macchia di sporco più fitto. Fu un istante, un boato sordo, una leggera nuvola di fumo ed un fagotto di piume che scendevano leggere portate dalla brezza. Napo era scattato e con grande sorpresa di frate Mauro, ma soprattutto di padre Cleto, era tornato, tutto tronfio, con la preda in bocca, perfettamente conservata, senza sbavarla , riconsegnandola al legittimo proprietario. In pochi istanti il terzetto di frati fu vicino al padre Cleto elogiandolo per l’ottima cattura e magnificando le doti del cane, mentre lui si scherniva e Napo accettava complimenti da tutti non lesinando slinguazzate bavose agli astanti e godendosi il suo momento di gloria. Terminata la mattinata, fecero una sosta e così padre Cleto volle nuovamente provare le doti del suo splendido cane lanciandogli un “oggetto” da riportare. Quella prodezza fu subito premiata, ma dato il risultato dell’ ”operazione riporto”, è augurabile che gli oggetti piantati nel terreno diano buoni frutti e crescano rigogliosi, perché, da quel giorno, padre Cleto non riuscì mai più a ritrovare il luogo di sepoltura dei suoi guanti grazie alle magnificenti doti di riportatore possedute dal mitico Napoleone.

Autore: Luca Davide Enna

Luca Davide EnnaClasse di ferro 1895; si era sciroppato tranquillamente due guerre. La prima, la “grande guerra”, nelle trincee del Carso e poi a marciare, vecchio scarpone, sui monti e giù , lungo il Piave, nel tentativo glorioso di fermare lo “straniero” invasore. Certo, sul Carso era molto più giovane e saltava nelle trincee come uno stambecco in fuga, ma anche adesso, il fisico e l’età non troppo avanzata, uniti alla conoscenza dei luoghi lo rendevano quasi padrone di quelle montagne. Anni dopo, nuovamente in marcia, ora su Roma, contro i disordini e gli “imbelli”, attratto dal nuovo “faro “ nazionale rappresentato dall’ ”uomo del destino”. Vent’anni di marce e adunate e infine la seconda grande guerra e la delusione per le scelte sbagliate del “suo” capo e condottiero e il rimpianto per la sua gente con gli orrori e la miseria lasciati come ricordo vivo su un popolo pesantemente provato e profondamente sconfitto. I giorni di Piazzale Loreto ed i rastrellamenti e poi lo sconforto per tutti gli avvenimenti e per gli anni trascorsi. Dopo la guerra e la distruzione era arrivato il periodo delle vendette e dei regolamenti dei conti. Lui conosceva bene la situazione e, pur non avendo mai fatto del male a nessuno, sapeva che qualcuno avrebbe potuto cercarlo. Aveva la coscienza serena, ma quella folata di nuovi venti di odio non gli dava pace. Nei momenti di pausa pensava alle battaglie, agli amici scomparsi, al Pinin, al Luigino, al Mariotto o al caporalmaggiore Lusetti ed a cento , mille altri che diedero la vita per la propria Patria e per il proprio popolo. L’autunno incipiente ed il profumo dei rododendri lo strappavano con forza per riportarlo al presente, ma lui divagava e pensava con tristezza alla sconfitta ed alle vendette collaterali, alla chiusura di un’ epoca ed all’avvento di una nuova. Il Governo, pressato dalle richieste insistenti, aveva promesso che sarebbe intervenuto per fare chiarezza; i parenti delle vittime dell’odio aspettavano, ma oramai erano passati alcuni anni e nulla si era saputo, se non che migliaia di famiglie piangevano i loro cari, in silenzio, senza più speranze di ottener giustizia. Molti suoi amici: proprietari terrieri, studenti, insegnanti, dirigenti, avevano subìto ritorsioni ed alcuni avevano pagato con la vita la loro vera o presunta appartenenza al partito. E’ il destino dei vinti, vittime del rancore e, a volte, vittime della storia. Là in alto, vicino al cielo, credeva di trovare più conforto, di sentirsi sereno, accanto a Dio, anche quando l’angoscia per quella stagione dell’odio lo attanagliava con le sue immagini sparate nella mente come bagliori improvvisi. Lui aveva comandato una divisione, aveva perso molti uomini e fino all’ultimo si era illuso di poter salvare la Patria, ma sapeva bene che le sue speranze erano vane. L’aveva scoperto fin dal giorno che i capoccioni avevano deciso di spostare il Governo e la repubblica stessa, dall’Urbe, fino a quella che lui chiamava “la repubblica dei salotti”, dando ad intendere che “quelli”, assieme ai crucchi, avevano già deciso tutto, comodamente seduti in qualche boudoir.
Ma oramai, anche quella era una storia chiusa. Il popolo è severo nel giudizio, così com’è esaltato nell’acclamazione. Nell’incontro tra il giovane scrittore Ugo Foscolo e Giuseppe Parini, l’anziano poeta diceva: ”L'umanità geme al nascere di un conquistatore; e non ha per conforto se non la speranza di sorridere su la sua bara”… In sintesi un giudizio lapidario che aveva portato i responsabili delle tragiche e folli scelte, dai fasti di piazza Venezia al tragico epilogo di Piazzale Loreto. Anche un “vecio” come Giuanin aveva dovuto fare i conti con la storia e cercava disperatamente di farli pareggiare. Si ripeteva che, in fondo, aveva sempre fatto il suo dovere, anche quando aveva chiuso un occhio per far sì che qualche ragazzo scampasse dalla prigionia, come quella volta del “biondino”. Giacomo, detto il “biondino” era diventato un avversario, sebbene all’inizio fosse solo un povero disgraziato scappato ai rastrellamenti assieme ad una manica di sbandati. Lui, Giuanin, li aveva beccati nascosti in una stalla e, prese le generalità, sulle prime aveva pensato di consegnarli, ma poi, spinto dal rimorso e conscio che quei ragazzetti avevano su per giù l’età del figlio, li aveva fatti nascondere e aveva indicato loro il modo per scappare sui monti. Alcuni di quei ragazzi si aggregarono alle truppe di liberazione ed al momento della resa dei conti andarono a rastrellare quanti più “nemici “ potevano. Tra essi vi era un gruppo che , per contrapposizione all’esercito “regolare”si chiamava: le “Penne rosse”. Erano spietati e non facevano prigionieri. Il biondino assistette una volta ad un processo sommario e questo bastò a fargli capire che non era giustizia, ma solo vendetta quella applicata dai suoi amici, per cui, prese la sua strada. Tutto capitò per caso, un giorno. Durante uno degli ultimi assalti catturarono un piccolo drappello di Penne nere che rientrava presso le linee difensive. Fecero un breve processo e decisero di metterli al muro l’indomani mattina. Il biondino riconobbe subito il Giuanin, ma fece finta di nulla, per non compromettere se stesso ed i prigionieri. A notte inoltrata, poi, liberò tutti e si mise in fuga per non subire ritorsioni. Al momento dell’addio guardò il “vecio” e gli disse: “Vi ho reso il favore, ma vedete di non scontrare nuovamente i vostri scarponi con i miei. I vostri amici crucchi mi hanno fatto orfano e vi salvo la vita solo per rendervi pariglia, come avete fatto voi quando ci incontrammo. E adesso, ognuno per sé e Dio per tutti”. Si girò di spalle e scomparve nel buio. Da allora non si videro più. La guerra finì come finì e la liberazione durò ancora alcuni anni, perché con qualche scusa diversa, c’era sempre qualcuno che si voleva “liberare” di qualcun altro…. I luoghi delle battaglie divennero silenziosi e la natura riprese possesso dei suoi territori. Con difficoltà e laboriosità risanò le ferite e fece crescere un manto di erbe e fiori nelle fosse lasciate dai mortai . L’acqua levigò i lati delle trincee rendendole meno aggressive e cespugli ed arbusti abbellirono gli avamposti abbandonati. Sulle cime regna sempre un silenzio maestoso, rotto di quando in quando dai richiami di qualche rapace o dai versi degli altri animali montani. Da tanti anni Giuanin conosceva quei luoghi ed i richiami e gli erano familiari, ma per diverso tempo era stato lontano a causa delle umane vicende che spingono un uomo in divisa a difender la Patria, anche in nome di un’idea sbagliata. Si consolava solamente durante le giornate trascorse in mezzo ai boschi, tra le fronde, a contatto con gli alberi che lo avevano visto crescere: in silenzio, da solo e con la suo Birba, una pointer bianco-nera …. Un suo caro amico, Gianmarco, l’aveva recuperata presso un’aia di contadini, dopo essersi informato dell’origine e degli eventuali proprietari. Aveva ottenuto la risposta che in quella fattoria c’erano già troppi cani da mantenere e che quella cucciolata era di undici cuccioli, quindi, almeno quella canina era da “sbolognare”, così la prese con sé e ne fece dono al Giuanin. Erano gli ultimi due anni della seconda grande guerra, quindi, l’allevamento e l’addestramento della vivacissima Birba furono eseguiti, non senza difficoltà, ma, la sua naturale predisposizione e la grande volontà ne fecero comunque un esemplare eccezionale. Una volta concluso il conflitto mondiale, Giuanin passava più tempo possibile nei boschi insieme a Birba e cercava di unire l’utile di procacciarsi il cibo al dilettevole, di svagarsi, dopo gli anni passati a marciare “ per conto terzi”. Beccacce, starne, bianche, beccaccini, galli, non vi era alcun selvatico in grado di scampare al fiuto di quella cagna. Lei riusciva ad intrufolarsi dappertutto, incurante dei graffi. Il manto la faceva ritrovare in mezzo al fogliame, anche se aveva un collegamento istintivo al proprietario, perciò, dopo ogni esplorazione, ritornava alcuni metri indietro per valutare la posizione di Giuanin. Gli occhioni dolci e vispissimi, il muso umido e quelle orecchie nere e triangolari gli davano un aria buona, ma birichina, forse per quello il padrone l’aveva chiamata Birba. Tempo dopo, Giuanin aveva saputo che la cagnetta era di proprietà dei Tomelli, i contadini possidenti della famosa fattoria dove Gianmarco la trovò. Grandi appassionati delle cacce con il cane da ferma, in quel periodo i Tomelli non se la passavano benissimo, perché ricevevano spesso le “visite” degli imboscati che scendevano dai monti a fare rifornimento “gratis”, per la “causa” e poi le altre “visite”, dei crucchi, che ordinavano loro di fornire il cibo per la truppa. E’ logico pensare che in quella situazione precaria, una cucciolata non fosse proprio la benvenuta, per cui anche degli irriducibili come i Tomelli dovettero disfarsi di quasi tutti i cuccioli. Una volta, durante una delle periodiche discese notturne, un giovane di quelli scesi a caricare il cibo da portare su in montagna vide quei cuccioli e ne chiese uno, che, naturalmente i Tomelli gli donarono ben volentieri, per diminuire le bocche da sfamare. Giacomo, il giovane ribelle , detto il “biondino”, aveva una passione per la caccia ed una predilezione per quella razza canina, quindi portò con sé la cagnetta, la nascose presso alcuni conoscenti e riuscì, in modo più o meno rocambolesco, ad allevarla e ad averne cura. Dopo un paio d’anni, Daina, la cagnetta, era divenuta bravissima. Le starne, a valle erano abbondanti e l’incontro con le “brigate”, frequente. Una sortita con la Daina serviva a rifocillare la famiglia. Al rientro, cena e poi a nanna, salvo un paio di giorni a settimana durante i quali Giacomo si recava presso la sede del partito per ricevere gli ordini e gli eventuali “contrordini”. Lì aveva imparato chi erano gli infami, i profittatori e gli oppressori del “popppolo”. Lo avevano addirittura informato su quella che sarebbe potuta divenire la sua seconda patria, in caso di vittoria. Anche se lui non era convintissimo ed aveva, in fondo al cuore, ancora un debole per lo stemma Sabaudo cucito sulla bandiera tricolore. Il lavaggio del cervello era martellante e tutte le frasi ascoltate gli ronzavano in testa e riusciva a dimenticarle solo quando inseguiva la sua Daina. In fondo, anche Giuanin era così. Pure lui si era sorbito anni di adunate, comizi, frasi altisonanti. Il “nemiccco”, il “rapace d’oltralpe” (divenuto, in seguito, inspiegabilmente, “amiccco”…) , l’”Autarchia” ecc., erano stati , per anni termini d’uso quotidiano, poi, naufragati i destini d’Italia, proprio sul mare, si era pensato bene di riporre vessilli e gagliardetti nelle cassepanche ed affidarli al giudizio della storia, quella Vera, con la S maiuscola, non quella plasmata dai vincitori. Forse la differenza tra il “biondino” e Giuanin stava nel diverso atteggiamento che essi avevano nei confronti del mondo che li circondava. Il primo, nonostante l’imbottitura bisettimanale di “dottrina”, ma forte delle brutte esperienze di fine-guerra, cercava di seguire i dettami, anche se su alcuni temi rimaneva scettico; il secondo conosceva la dottrina del “ventennio” ed era profondamente deluso ed amareggiato per l’epilogo e per le tragedie che esso aveva procurato. Quella mattina Giuanin si era recato nel bosco di buon ora ed aveva fatto un ampio giro senza trovare nulla di significativo, tranne una grande varietà di funghi. Seguiva con attenzione la sua Birba , perché aveva l’idea che i selvatici fossero lì vicino e qualcosa nell’aria gli faceva pensare che sarebbe riuscito nell’intento di catturare anche il vecchio gallo di monte che inseguiva da giorni. Birba era una cagna incantata, simpatica nel nome e nobile nell’aspetto e negli ascendenti. Bellissima pointer bianco-nera, che scorrazzava maestosa ed a testa alta tra i rododendri e la sterpaglia come portata dal vento. Giuanin l’ ammirava estasiato, torcendo i baffoni all’insù e respirando grandi boccate di aria cristallina. Si spostò verso la valle per battere quella fiancata di macchia che dava sul lato del fiume e poi, magari proseguire tra i grani tagliati e le stoppie. Disceso per un pezzo e superato il fiume vide la Birba che risaliva arrancando e spariva, in alto dietro ad alcune macchie più fitte. Con calma si avviò verso quei luoghi e poi prese a cercare la cagna, dato che pensava fosse già ferma su qualche selvatico. Arrivato a poche decine di metri dalle macchie vide la cagna ferma con gli occhi scintillanti e lo sguardo fisso verso un punto. Si avvicinò con cautela, raggiunse uno spiazzo pulito e si appostò. Al via, la cagna “ruppe” e frullò un grosso gallo che piegò subito di lato con un fragore assordante. Giuanin lasciò andare una botta e corse a vedere l’esito della fucilata. Attese alcuni istanti ed ordinò alla cagna di riportare, ma quella , anziché fare come al solito, prese in bocca il gallo e si avviò per i viottoli, incurante dei richiami. Giuanin chiamò a gran voce, fischiò, ma per un bel pezzo la cagna non si fece viva. Poi arrivò ansimante, con un grosso fagotto in bocca e si sedette ai suoi piedi tutta contenta. L’alpino non riusciva a credere ai suoi occhi; era totalmente sbigottito. Prese la grossa lepre dalla bocca della cagna, la rigirò e notò i fori dei pallini dietro le orecchie. “Eppure sono convinto aver tirato ad un Forcello. Mi starò mica rimbambendo? Che razza d’imbroglio può essere questo. E tu, birba di una Birba; possibile che non dici nulla? Non ti volti al richiamo e poi, bella bella, mi riporti una lepre al posto del Gallo…Mica siamo al mercato, dove si cambia la merce che non ci va o dal prestigiatore. Questa poi, la devo raccontare giù a valle, anche se son certo che mi prenderanno per matto”. Intanto, poco dietro il crinale, il biondino cercava di capire come possa una lepre tramutarsi in un Forcello, cioè , infagottarsi, impiumarsi e cambiar forma. “Eppure ho sparato a terra, verso questa macchia di mirtilli. Quando ha sviottolato, sono certo che fosse una lepre. E’ meglio che non lo racconti alla “sezione” , altrimenti mi prendono per pazzo”. Frattanto la cagna aveva ripreso a correre ed ora “segnava” forte la traccia di un selvatico, fino a quando si bloccò in ferma. Giacomo si appressò e si preparò a sparare. Era quasi arrivato sulla sommità della collina e dall’altra parte c’era il canale del fiume. Partì un fagiano maschio stupendo, sul limite del tiro, che, preso in pieno dalla rosata, andò a cadere dall’altra parte della costa. Di lì a poco arrivò la cagna tutta trafelata, con una beccaccia in bocca. Nello stesso istante, il biondino, poco lontano, prese il fagiano tra le mani e, tremando, si sedette, fortemente preoccupato per la propria salute mentale. Dall’altra parte, la Penna nera, continuava a guardare la Birba e cercava di capire il perché di quella trasformazione, pensando che potesse essere avvenuta durante la caduta… “Eppure era un fagiano. Ne sono sicurissimo. Se non fossi certo di aver bevuto, penserei di esser brillo”. Diceva tra sé e sé, preoccupato, il “vecio” Giuanin. Arrivato sul crinale vide nuovamente la Birba puntata e si appressò curioso di sapere se quella magia poteva ripetersi. La cagnetta si arrestò di scatto e di lì a poco frullarono tre starne. Nel mentre sopraggiungevano alcuni colombacci; non curandosi di essi, Giuanin prese la mira e tirò ad una delle starne . Con sua grande sorpresa si accorse che contemporaneamente uno dei colombacci cadeva giù, lì vicino, oltre il crinale e di lì a poco arrivava la Brina a riportarlo. Decise di andare a sincerarsi su quell’episodio e nel frattempo legò la cagna. Percorsa poca strada si sentì chiamare. “ Voi” disse il biondino “ che cosa fate con la mia cagna al guinzaglio? E’ forse questa, l’usanza dei cacciatori di queste parti?”. “Quel gallo l’ho scovato io” disse Giuanin”. “E quella lepre che portate l’ha scovata la mia cagna“, rispose il biondino. “ Per qual motivo avete scambiato il vostro selvatico con il mio? E che volete dalla mia cagna, se la vostra vi scorrazza tranquillamente a fianco?”, disse l’alpino ; e il ragazzo di rimando: ” Guardate che io salgo da valle e da parecchia strada avevo la cagna che tracciava questa lepre, tant’è che l’ho sparata sotto ferma; quindi vi prego di non insistere con le vostre pretese. Inoltre la cagna che mi segue è venuta dall’altra parte della costa, somiglia alla mia , ma ha una macchia bianca in fronte, particolare non presente nella mia che ora voi tenete scorrettamente a guinzaglio” . “Allora voi avete preso anche il mio fagiano e la mia starna”, disse la Penna Nera; e la penna Rossa , rispose : “ E voi per vendicarvi avete preso pure la mia cagna”. Giuanin si sentì offeso nell’orgoglio e si avvicinò al giovane togliendosi il cappello, pronto a redarguirlo a dovere. L’altro si fece avanti impettito e quando furono a pochi passi rimasero sbigottiti, a bocca aperta come due vitelli in cerca di latte. ” Ma, voi, lei, tu. Non è possibile” disse il vecio. E l’altro, sbigottito: “Tenente colonnello…mah, ma, non si era rimasti dell’accordo che io e Voi non ci si doveva più incontrare?”. Giuanin guardò il giovane e disse : ”Come sei cresciuto, biondino. Sei diventato un uomo. Quasi non ti riconoscevo”. Il biondino lo guardò, buttò il fucile a terra e corse ad abbracciare la vecchia Penna nera. Piansero e ricordarono quei giorni. Giuanin disse: ”Sono contento di averti fatto scappare, mi ricordavi mio figlio e non mi sarei mai perdonato di farti del male”. E, il biondino: ”Io invece vi ho fatto scappare perché mi ricordavate mio padre e, ho pensato molto a lui ed a voi in questi anni. Lui sarebbe stato fiero del mio gesto, anche se io all’inizio ero poco convinto”. Il vecio lo guardò col viso sereno e disse: “La guerra non è riuscita a distruggere i nostri pensieri buoni e questo mi sembra un bel risultato. Tanti morti, tante vite, non sono finite invano, ma servono perché quelli come me e come te costruiscano una Patria migliore”. Dietro ai due si stagliava alta la cima della montagna ed il silenzio faceva da contorno alle loro voci ovattate. Parlarono, discussero, raccontarono fatti ed episodi, poi si fermarono a guardare i cani che scorazzavano felici e rimasero in silenzio pensando alle vicende passate, agli orrori vissuti, al loro coraggio di stare da una parte o dall’altra, entrambi, per la scelta che ritenevano migliore per se stessi e per gli altri ed al nuovo futuro che si prospettava davanti a loro, sicuri di affrontarlo, con coraggio, per costruirlo insieme.

Autore: Luca Davide Enna