Home Approfondimenti Caccia e Cultura Fondi, 22 Febbraio 1956
Fondi, 22 Febbraio 1956
Steso sulla cassetta dello sciarraban, Rocco aspettava che facesse giorno. Nessuno si fidava più del vecchio cacciatore, che al fucile ormai, preferiva la bottiglia di vino. Ma questa volta, dopo tanto tempo, il barbiere romano gli aveva procurato un cliente, e lui avrebbe fatto di tutto per soddisfarlo. L’oste, come ogni sera, l’aveva cacciato fuori, ultimo tra gli ultimi, stanco com’era della giornata di lavoro; cercava il meritato riposo dal materasso di crine in cui, si raccontava in paese, sprofondava tra i corpi della moglie e dell’ amante, una povera orfana scesa da un paese della Ciociaria per fare i servizi.
La fiamma di una candela agitava le ombre della stanza, mentre Leone scaldava sul fuoco del camino il caffè, come aveva imparato a fare in guerra, unica scusa della sua vita per lasciare il padule. Le anatre, nel pollaio, richiamavano, ad intervalli regolari, i misteriosi voli delle loro simili, nascoste tra le stelle, che in formazione, indicavano la libera rotta verso il Sud. Appena i cani videro aprirsi l’uscio, gli si fecero incontro scodinzolando, c’era pure il vecchio Dick, reduce da qualche scorribanda notturna o dall’ennesima lite con gli altri pretendenti di una cagnetta in calore. Intanto, accompagnato dal fruscio dei falaschi, il cielo, con un tono rosato, si stava schiarendo, srotolando una nuova alba dai monti Aurunci.
Mino, fermo sull’ Appia, malediceva il destino. La 600 l’aveva abbandonato, affidandolo alla tremula luce delle stelle ed alla compagnia delle rane. Sua moglie glielo aveva detto di non azzardare il viaggio da solo. Ma il desiderio di passare una giornata in compagnia di un vero “mestierante”, aveva prevalso. “Meglio la palude che le vostre pallide facce” aveva sentenziato, rivolgendosi agli attoniti colleghi dell’ufficio postale. Ed ora? Ora tutto si stava liquefacendo con le gocce della guazza che scivolavano dal tetto dell’utilitaria.
Il cavallo fece uno scatto in avanti, strappando Rocco al torpore dell’alcol; il campanile batteva le cinque e il suo cliente non era ancora arrivato. “Forse non si sarà svegliato” pensava, “con la pancia piena ed una bella moglie accanto a sé che motivo avrebbe avuto, in questa notte di luna, di venirsi a perdere nel fetore della palude?”.
Leone, con gesto naturale guardò in alto. Sopra di lui, il cielo; fido compagno, che porta il pane con gli stormi di uccelli od il terrore, quando ruggisce e si copre di nuvole cariche di pioggia. L’infinito confessore dei mille pensieri di un uomo silenzioso, che vede passare la vita attraverso i racconti dei clienti, gli stessi che dopo averlo inondato di parole con la forza di una tempesta di scirocco, lo lasciano alla misera monotonia dei giorni uguali. Pochi e selezionati, buoni fucili di cui si fida ciecamente, diversi da quel pestamentuccia che cinque anni prima lo aveva impallinato mentre era intento a recuperare gli uccelli feriti tra i chiari. “Fa parte del mestiere” aveva risposto a chi gli consigliava di chiedere i danni. Fedele al ruolo di chi ha fatto dell’onore e della rassegnazione uno stile di vita, aveva preferito, mentre lo portavano in ospedale, lasciarlo nel suo ebete avvilimento, dopo avergli lanciato uno sguardo di disprezzo, più tagliente della lama di un coltello. Conte, ragioniere o dottore per lui erano solo clienti, buoni per campare; giusti per quello che gli occorreva e basta. Tutti lo cercavano, in molti lo invidiavano ma lui, senza dare confidenza a nessuno, dopo aver raccolto le prede con un rapido giro di sandalo, prendeva i soldi che gli spettavano, solo quelli! Poi, dopo aver dato da mangiare ai cani e alle anatre, rientrava in casa chiudendo l’uscio dietro al mondo con il quale, non voleva e non poteva dividere il dolore che portava dentro, per l’unica gioia che la vita gli aveva concesso, e che la malattia, in seguito gli avrebbe negato...sua moglie.
Ormai era chiaro che il “Romano” non sarebbe venuto. Il sole era già alto quando Rocco, schioccando la lingua, ordinò al cavallo di tornare a casa.
La moglie, nera come un tizzone, lo aspettava sull’uscio pronta a vomitargli addosso tutta la sua ira. “Povero vecchio!”, dicevano in paese, “Con quell’arpia vicino, per forza se ne sta tutto il giorno all’osteria!” E mentre la consorte gli batteva sulla schiena la scopa di saggina, ed i suoi occhi azzurri si stringevano ritmicamente, una piccola fessura si apriva tra le labbra screpolate. Quell’accenno di sorriso fece arrabbiare ancora di più la donna che alla fine si arrese a ciò che lei considerava la follia di un vecchio. Rocco ne approfittò per guadagnare il letto, poi con lo sguardo perso tra le canne del soffitto, che lasciavano intravedere tagli di cielo, non poté fare a meno di pensare che in quei due soldi di vita che il Creatore gli aveva concesso, prima la madre poi la moglie, aveva sempre trovato qualcuno ad aspettarlo, anche se poi lo prendeva a mazzate. Così ormai lui intendeva l’amore e così in fondo, gli andava bene.
Il rombo del motore aveva lasciato il posto al cigolare ritmico delle ruote di un carretto che lo stava trascinando verso un’officina. “Dotto’, stia tranquillo, Onorato è cacciatore come lei, sa riparare i trattori, figuriamoci le automobili.” E poi non aveva altra scelta.
Il meccanico, dopo aver letto la delusione negli occhi di Mino, lo invitò ad ingannare l’attesa prendendo in prestito il suo cane per andare a caccia di beccaccini nei granturchi allagati che circondavano la strada: “Famo tutto un conto!” Mino non se lo fece ripetere due volte, calzò gli stivali nuovi di zecca, scese l’argine del canale, e seguendo il bracco pointer che già divorava la pianura, si perse nel mare di canne.
 
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