Notturno
Un refolo di vento ha invitato a danzare una manciata di foglie secche.
Lo vedo alzarsi a colonna e spazzolare tra la polvere, così come le dita di mia madre frugavano tra i miei capelli, quando sporco di campagna, rientravo da una scorribanda sulle colline di periferia dove cercavo libertà ed avventura.
Mi provoca l’infame! Se potessi alzarmi e dargli un calcio…
Mi stuzzica, lui che può e si alza e danza.
Dannata gamba che non vuole più fare il suo dovere.
Ben ti sta, così impari, ad inseguir da solo, avventura e libertà sulle colline. Anche adesso, che le colline son cresciute come i tuoi anni per farsi montagne.
Come faceva quella canzone?
Mi teneva compagnia quando di notte mi svegliavo nel buio della stanza e chiudevo gli occhi per farmi coraggio, finché la luce filtrava dalle fessure della porta ed il lettone cigolava. Era Papà che roteando i piedi alla ricerca delle pantofole, proprio come il refolo con le foglie, mi veniva a salvare.
La caviglia si sta gonfiando, mentre sento un freddo pungente salire verso la coscia.
Dio, se la beccaccia non fosse sprofondata nel canalone, a quest’ora sarei già a casa a rimescolar ricordi ed emozioni.
È buio.
Provo a chiudere gli occhi, come facevo da bambino, ma il naso umido del cane che spinge sulla mia mano, quasi a sincerarsi che la vita mi resti fedele quanto lui, mi costringe alla realtà.
Un rumore, un rotolar di sassi, forse la volpe od il cinghiale o la vecchia amata bracca, compagna di tante storie, di tanti anni fa.
“Ciao Rama”, la vedo seduta tra un leccio ed un pungitopo che mi invita ad andare.
No è più semplicemente la mia speranza di salvezza, che si materializza ad ogni movimento, in ogni presenza.
Accarezzo la testa del cane e scopro la regina, fredda e abbandonata accanto a noi.
Se non fosse sprofondata nel canalone, non avrei mai messo il piede su quel sasso.
La cagna era ferma ed avevo tutto il tempo di compiere “quel mezzo giro”, mantenendomi largo per non disturbare l’azione, e chiuderle la via di fuga. Che bisogno c’era allora di correre?
“Piano Mino piano”, mi ripeteva sempre mio padre, “Carica il tallone quando scendi, mai la punta.”
Ma che bisogno c’era di correre?
Una goccia di sudore scivola lentamente tra le pieghe della fronte fino a fermarsi sulle ciglia. Poi arriva sulla guancia e si fa lacrima, poi un’altra ed un’altra ancora.
Il cane intuisce e si avvicina.
È buio e non vedo spiragli di luce.
Come faceva quella canzone?
 
Enalcaccia Nazionale